
Concorrenza sleale dai Paesi extra-Ue, gelate e ricarichi dei prezzi fino al 60% sugli scaffali della Grande distribuzione mettono in ginocchio la filiera cinaricola. Confagricoltura Puglia denuncia il paradosso: chi coltiva nei campi incassa meno di 18 centesimi per il fresco e 6 centesimi circa per il carciofo destinato all’industria, mentre al supermercato il consumatore sborsa oltre un euro a capolino (la parte edibile dell’ortaggio). E così parte del prodotto rimane invenduta.
Quest’anno la campagna cinaricola – già in ritardo a causa dello stress climatico estivo e della carenza d’acqua – deve fare i conti con una riduzione dell’offerta interna stimata in «almeno il 40%».
Ma la crisi del comparto cinaricolo è in atto da tempo. «In Italia la superficie coltivata ha perso il 25% in dieci anni, passando dai 33mila ettari del 2015, a poco meno di 25mila ettari del 2024», commenta Elisa Macchi di Cso Italy. Quattro regioni concentrano oggi quasi il 90% della coltivazione del carciofo: Puglia (43%), Sardegna (25%), Sicilia (15%) e Lazio (4%).
La Puglia produce circa 1,3 milioni di quintali l’anno, confermandosi leader assoluto nazionale, ma anche qui le superfici hanno mostrato una lieve tendenza al calo nell’ultimo biennio. Nel 2024 la superficie coltivata è stata di 10.700 ettari, -7% sul 2023 (dati Cso Italy). Anche in Sicilia la siccità ha comportato un drastico calo degli ettari coltivati (-17% 2024 vs 2023), con una produzione 2024 inferiore del 20% circa rispetto all’anno precedente. Progressiva contrazione delle superfici anche in Sardegna dove, però, crescono le rese medie, favorite dal ricambio varietale: la produzione 2024 infatti risulta in aumento del 17% sul 2023.
«I nostri imprenditori agricoli sono stretti in una morsa», spiega il presidente di Confagricoltura Puglia, Antonello Bruno. Da una parte le problematiche già elencate, dall’altra «l’invasione di prodotto nord-africano, che arriva con regole completamente diverse dalle nostre».




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