Storie Web lunedì, Gennaio 19
Caporalato: 13 brand in inchieste moda, carabinieri da D&G, Prada, Gucci e Versace

Da Versace a Gucci, da Prada a Dolce&Gabbana, salgono a 13 i brand della moda di lusso coinvolti a vario titolo nelle inchieste della Procura di Milano sul caporalato lungo le filiere del made in Italy. Dall’alba fino alla sera di mercoledì il pubblico ministero Paolo Storari, con i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, ha notificato ordini di consegna documenti a Dolce & Gabbana, Prada, Versace, Gucci, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Pinko, Coccinelle, Adidas, Alexander McQueen Italia e Off-White Operating. Le case di moda compaiono nei fascicoli sugli opifici cinesi clandestini come committenti che affidano la produzione ad appaltatori e subappaltatori che operano violando le leggi sul lavoro e sulla sicurezza.

In ciascun atto la Procura indica i fornitori critici già individuati nella filiera del singolo brand, il numero di lavoratori trovati in condizioni di sfruttamento e stato di bisogno e gli articoli del marchio sequestrati negli opifici, stoccati e pronti a tornare alla casa madre per essere immessi sul mercato. Agli stessi marchi viene chiesto, per ora su base volontaria, diconsegnare i propri modelli organizzativi di prevenzione e gli audit interni o commissionati ad advisor e consulenti, strumenti che sulla carta dovrebbero impedire la commissione dei reati. È una formula “light” che concede tempo alle aziende per eliminare i caporali dalle linee di produzione e ristrutturare la catena di appalti e subappalti, evitando per il momento le pesanti misure di amministrazione giudiziaria.

Questo approccio più morbido arriva dopo le polemiche delle scorse settimane con Tod’s e Diego Della Valle, nel mirino di un’inchiesta in cui Tod’s spa è indagata con l’accusa di aver agito nella piena consapevolezza propria e dei propri manager che certificano le linee di produzione degli appaltatori. Davanti al giudice per le indagini preliminari Domenico Santoro, per la richiesta di interdittiva pubblicitaria, Tod’s e Della Valle si sono detti disponibili a collaborare con l’autorità giudiziaria per la “dignità” di tutti i lavoratori. Ma la linea della Procura potrebbe irrigidirsi con richieste di commissariamento e interdittive qualora i marchi non modificassero l’attuale assetto degli appalti e un’organizzazione del lavoro ritenuta illegale.

La scelta di usare lo strumento delle misure di prevenzione non è nuova: dal marzo 2024 il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab e Loro Piana di Louis Vuitton, società non indagate ma ritenute avere agevolato in modo colposo e inconsapevole lo sfruttamento. Il quadro si è poi aggravato con il caso Tod’s, dove l’accusa ipotizza invece una piena consapevolezza del sistema degli appalti. Che i casi scoperti non fossero isolati era chiaro fin dal primo commissariamento di Alviero Martini, in un’indagine partita da un fornitore cinese di Trezzano sul Naviglio (Milano), la Crocolux, dove nel 2023 un ventiseienne del Bangladesh è morto nel suo primo (presunto) giorno di lavoro, mentre i datori tentavano di regolarizzarlo presso l’Inps dopo l’incidente letale.

Secondo quanto messo a verbale nel 2024 dal direttore del prodotto di Alviero Martini, Crocolux sarebbe stata “appaltatrice anche di numerosi marchi del lusso mondiale”. Nelle tre ultime ispezioni condotte a novembre 2025 dai carabinieri in tre opifici toscani al servizio della produzione anche di Tod’s, dove sono stati rinvenuti fino a sette livelli di sub-appalto, sono state sequestrate borse dei marchi Madbag, Zegna, Saint Laurent, Cuoieria Fiorentina e Prada. Il cuore del sistema resta la compressione estrema di costi e diritti: dagli atti emerge come la merce di pregio venga prodotta a poche decine di euro e rivenduta al dettaglio a diverse migliaia, con ricarichi fino al 10.000%.

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