Esatto, ma io gliel’ho anticipata perché le cose sono collegate. Noi ci aspettiamo da parte dei paesi del Nord una uguale solidarietà in quelle che sono le minacce dirette al nostro paese e la libertà di navigazione nel Mediterraneo e quindi l’agibilità di Bab-el-Mandeb è una minaccia diretta che ci colpisce dal punto di vista economico in modo pesante perché la nostra, che è una economia di trasformazione, deve ricevere materie prime, ricevere prodotti energetici per poi trasformarli in prodotti finiti da esportare e il tutto avviene al 90 per cento per via mare.
La mossa del ministro potrebbe essere letta come il tentativo di individuare una via nazionale capace di garantire la sicurezza dei nostri mercantili in tempi stretti, in un contesto in cui la missione europea Aspides ha le mani legate e deve fare i conti con lungaggini burocratiche.
Più che avere le mani legate, Aspides si è un po’ sfaldata. È stata decisa con una certa calma: dal momento in cui si è palesata la minaccia degli Houthi al momento in cui il Consiglio Europeo ha deciso la missione sono passati quattro mesi, giusto per dare un’idea della rapidità delle decisioni del Consiglio Europeo, perché il problema non è l’Unione, il problema sono gli Stati membri dell’Unione.
Quest’operazione è partita quindi in ritardo e, diciamolo pure, in modo abbastanza modesto. Lo schieramento iniziale era di quattro navi: una italiana, una greca, se non ricordo male una tedesca e una francese. Come oggi c’è una italiana e un’altra di un altro paese (greca, ndr). Sta di fatto che l’entusiasmo degli Stati europei per la protezione di questo chokepoint (letteralmente strozzatura o collo di bottiglia, ndr), di questo punto chiave della navigazione internazionale diciamo che è molto tiepido e noi abbiamo bisogno invece di rinvigorirlo.
Come, generale?
