Hanno atteso parecchio. Ma «la pazienza è d’oro», dice il proverbio. E nel caso dei dirigenti di Palazzo Chigi vale intorno ai 22mila euro di una tantum in busta paga per chi fa parte della «seconda fascia», e sale nei calcoli sindacali fino a 46mila euro per chi occupa i piani alti della «prima fascia» dirigenziale.
A garantirla sono gli arretrati del contratto 2019/21, firmato all’Aran dopo il via libera della Corte dei conti.
Con i suoi quasi 2mila dipendenti e 277 dirigenti secondo i dati dell’ultimo conto annuale, la presidenza del Consiglio è sopravvissuta all’accorpamento di comparti e aree del pubblico impiego deciso nel 2009 da Renato Brunetta, ed è stata di fatto esclusa anche dall’accelerazione dei rinnovi contrattuali degli ultimi anni. Oltre che piccola, del resto, è un’amministrazione particolare: per la vicinanza al centro del potere, certo, ma anche per una struttura complessa che si articola in 19 dipartimenti, 13 strutture di missione e un’infinità di uffici di diretta collaborazione di presidente, vicepresidenti, ministri senza portafoglio e sottosegretari.
Il risultato è un esercito ricco di generali, con un dirigente ogni 7 dipendenti e una prima fascia che, al contrario di quanto accade in genere nei ministeri dove raccoglie una selezione ristretta dei vertici, abbraccia il 40% del personale con le stellette dirigenziali. L’eccezionalità di Palazzo Chigi investe anche il suo orizzonte sindacale, con 14 sigle che si contendono le adesioni al punto che bastano 8 deleghe per potersi sedere ai tavoli del negoziato. Nasce anche da qui la difficoltà di arrivare agli accordi, che viaggiano in netto ritardo rispetto al resto della Pa; e che quindi trasformano la firma in una sorta di slot machine degli arretrati.
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