I quattro anni del governo Meloni consegnano un Paese che ha guadagnato in stabilità, ma non in capacità di sviluppo. Il bilancio dell’Esecutivo non può essere letto solo attraverso il miglioramento del deficit, la tenuta dell’occupazione o la migliore percezione dei mercati, quando l’Italia continua a crescere a ritmi troppo lenti per sostenere in modo duraturo la produttività, i salari e la finanza pubblica. Nel 2023 l’economia tricolore è cresciuta dell’1%, nel 2024 dello 0,7% e nel 2025 dello 0,5%. E le ultime stime di crescita del Pil per il 2026 oscillano tra lo 0,5 e lo 0,9%. Cifre che parlano di un Paese fermo più che in cammino, che non modificano la traiettoria e non tracciano l’attesa discontinuità rispetto al passato. A un anno dal voto, salvo elezioni anticipate, lo spazio per intervenire non manca. Ma il tempo disponibile non deve essere sprecato in strategie elettorali e misure di breve respiro.
Paradossalmente l’Italia non soffre di mancanza di interventi, ma di un eccesso di misure frammentate e di insufficiente visione di lungo periodo. Troppa spesa corrente e pochi investimenti, seppur in crescita grazie al Pnrr. La spesa pubblica va riallocata in favore di investimenti con effetti strutturali su infrastrutture, scuola, ricerca e innovazione. Il punto centrale, oggi, non è solo quanto cresce il Pil, ma come si distribuisce la spesa e quale impatto produce sulla capacità del sistema di generare valore nel medio-lungo periodo. Serve una pubblica amministrazione più rapida, un fisco più semplice e una spesa pubblica orientata ai risultati futuri e non alla rendita del presente.
C’è poi un altro tema che non può essere ignorato: la demografia. Nel 2025 le nascite sono scese a 355mila, contro le 393 mila del 2022. Non è solo una statistica sociale, ma un vincolo economico di lungo periodo. Meno nascite oggi significano meno forza lavoro domani, meno contribuenti, meno capacità di sostenere pensioni e welfare. Nessuna strategia economica può dirsi credibile se non incorpora questo punto. Se l’Italia vuole uscire dalla sua condizione di crescita anemica, deve cominciare da qui.
Sul piano politico, il governo può rivendicare una stagione di forte attività normativa e una maggiore capacità di presidio dell’agenda pubblica, va dato atto. Oggi l’Italia è senz’altro meno fragile di ieri, ma c’è ancora poca espansione per poter parlare di rilancio. La stabilità c’è stata, ma la svolta ancora no. I segnali positivi che si intravvedono sono deboli: possiamo definirli di sopravvivenza. E l’Italia non ha più bisogno di sopravvivere, ha bisogno di ripartire.











