Tra le altre banche Usa, Wells Fargo risulta esposta per 59,7 miliardi al private credit, BoFa per 33,2, Pnc per 29,5, Citi per 25,8, Goldman Sachs per 21,7 miliardi di dollari.

Pressione sulle assicurazioni Usa

Le assicurazioni sono tra gli investitori istituzionali più esposti al private market, perché hanno obiettivi di lungo periodo e, quindi, più tempo per mantenere esposizioni ad attività meno liquide in cambio di rendimenti maggiori di quelli del mercato regolamentato. Sempre secondo Moody’s, l’esposizione delle assicurazioni agli strumenti di private credit è di oltre il 35% medio negli Usa, del 20% nel Regno Unito e del 10% nel resto di Europa. Infatti, da quando sono iniziati gli allarmi sul private credit, gli spread sul debito delle compagnie di assicurazione specializzate sul ramo vita si sono allargati.

Nel report dell’ottobre 2025 sulla stabilità finanziaria globale del Fondo monetario internazionale, si legge che i rischi di credito nei portafogli delle assicurazioni potrebbero essere più alti di quelli delle classificazioni ufficiali. Il Fmi spiega che le assicurazioni comprano strumenti di private credit anche molto complessi, con leva finanziaria. Sono crediti classificati come investment grade, la classificazione più alta in termini di affidabilità. Quindi, le assicurazioni possono tenerli in portafoglio con meno garanzie per il rischio di quanto sarebbe necessario, ma durante una crisi potrebbero perdere più del previsto. L’eventualità eroderebbe il capitale delle assicurazioni e darebbe origine a problemi di liquidità, come è successo per Blue Owl e per gli altri fondi citati.

Il Fondo monetario internazionale riporta anche che una quota sempre maggiore di valutazioni del rischio delle attività finanziarie sul credito è fatta da piccole agenzie di rating specializzate proprio nell’ecosistema del private credit. Già alla fine dello scorso anno, Bloomberg denunciava che nel solo 2025 Egan Jones ha assegnato rating a oltre 3mila investimenti destinati al private market.

Effetti collaterali sul debito quotato

La crisi di liquidità, quando arriva, travolge a cascata anche il credito buono. «Quando c’è stato l’annuncio della guerra in Iran – spiega Zorico – per giorni ci sono stati problemi sulle obbligazioni quotate considerate più sicure, vendute per rientrare velocemente in possesso di liquidità. Viceversa, sembrava che il credito privato fosse più stabile, per via delle finestre di uscita predeterminate dei fondi. Le barriere, però, possono reggere se le tensioni durano poco. Se le richieste di riscatto perdurassero, ai fondi di private credit resterebbero in pancia i titoli meno liquidi più difficili da vendere e i sottoscrittori potrebbero restare bloccati. Bisogna anche considerare che chi chiede il rimborso non lo fa soltanto per paura, ma anche perché quando i rendimenti delle obbligazioni salgono, come adesso, non vale la pena investire in titoli rischiosi con un premio che non ripaga per il rischio».

Condividere.