Storie Web giovedì, Giugno 20
Notiziario

La criminologa Roberta Bruzzone, che negli anni 2000 lavorò al caso di Chico Forti, ha commentato il rientro in Italia dell’uomo detenuto per 24 anni in un carcere della Florida, dopo la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike, avvenuto nel 1998. Il 65enne trentino si è sempre dichiarato innocente. “Qui avrà accesso a tutta una serie di risorse che negli Usa poteva solo sognare”, ha spiegato Bruzzone.

La criminologa Roberta Bruzzone insieme a Chico Forti – Foto Facebook

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“Quando è stata data la notizia, non credevo alle mie orecchie. Quattro anni fa era già stato annunciato questo rientro come imminente. Quindi, un po’ di scetticismo, se devo essere sincera, ce l’avevo. E invece stavolta chi si è impegnato a far rientrare Chico Forti lo ha fatto davvero”.

A parlare è la criminologa Roberta Bruzzone che, raggiunta da Fanpage.it, ha commentato così il rientro in Italia di Chico Forti, l’uomo detenuto per più di 20 anni in un carcere di massima sicurezza della Florida, dopo la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Dale Pike, avvenuto il 15 febbraio 1998. Un omicidio che Forti sostiene da sempre di non aver commesso.

Il 65enne trentino è tornato qualche giorno fa, sulla base di un accordo stilato tra l’Italia e gli Usa che stabilisce che Forti potrà scontare gli ultimi anni di pena nel nostro Paese, e oggi ha rivisto la madre di 96 anni, Maria Loner.

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Anche quattro anni fa era stato dato l’annuncio di un rientro imminente, come ricorda Bruzzone, che ha partecipato attivamente al caso Forti negli anni 2000, fornendo una consulenza tecnica per dimostrare gli errori investigativi e giudiziari.

“Io ho preso in carico il caso nel 2009 e solo per esaminare gli atti completi ci sono voluti tre anni, per farle capire quante cose c’erano. – racconta la criminologa – Ho fatto un passo indietro nel 2016 perché non avevo nulla a che spartire con l’avvocato che all’epoca aveva scelto Chico, Joe Tacopina. Non volevo continuare a lavorare con quel tipo di scenario, ma io avevo già depositato il report ufficiale. Ma ho sempre avuto ottimi contatti con lo zio di Chico, Gianni, e la zia, Wilma, li sento regolarmente”.

Il rientro di Chico Forti ha spaccato l’opinione pubblica, tra chi gioisce per il ritorno in Italia di un uomo vittima di un errore giudiziario e chi, invece, continua a ritenerlo colpevole. “In questo momento c’è un po’ di accanimento da parte di chi, quattro anni fa, si esprimeva con toni molto più benevoli. Non si comprende come mai quattro anni fa sarebbe rientrato un connazionale sulla cui vicenda giudiziaria c’erano tantissimi dubbi e oggi invece vediamo campeggiare su alcuni giornali: ‘Bentornato, assassino‘. Quel titolo è stato una pugnalata”, commenta ancora Bruzzone.

Secondo la criminologa, infatti, non ci sarebbe “un solo elemento a suo carico che torni. Tutti quelli che abbiamo raccolto sono propensi a dimostrare la sua estraneità ai fatti. Lui mentì in una prima occasione alla polizia di Miami, è vero, ma anche gli stessi agenti mentirono dicendo che era morto anche il padre di Dale Pike, Tony, il suo socio. Ci può stare che una persona possa avere un momento di cedimento e la paura ha fatto da padrone”, spiega.

Dopo quel primo interrogatorio, in cui Forti sostenne di non aver mai incontrato la vittima, si era recato spontaneamente al Dipartimento per raccontare che aveva invece incontrato Dale Pike e che lo aveva accompagnato al Rusty Pelikan, un ristorante poco lontano dal luogo dell’omicidio. “Una bugia l’ha detta ma anche lui era stato ingannato. Dopodiché, su di lui non c’è niente”, prosegue Bruzzone.

“La famosa pistola (l’arma dell’omicidio) è stata pagata da Chico ma registrata e consegnata, con relativo munizionamento, a Thomas Knott (un conoscente di Forti e Pike, vicino di casa del primo e socio in affari del secondo, ndr) che ha mentito dicendo che era stata consegnata a Forti. Ma lui, al contrario, non l’aveva nemmeno mai toccata“.

“Il problema grosso è che in America la giuria è composta da persone che non sono tecnici e non sono tenuti a motivare il verdetto, l’unico vero processo negli Usa è quello di primo grado. Quelli d’appello sono solo su questioni formali e durano pochissimo. – osserva ancora l’esperta. E il processo di primo grado, purtroppo, ha visto una serie di errori fatti anche dalla difesa di Forti. I suoi legali non sono stati abbastanza incisivi”.

Ricorda Bruzzone: “L’avvocato Joe Tacopina, per esempio, si era impegnato a fare istanza di revisione entro il 2016, aveva già una serie di elementi di novità, ma questa non è mai stata depositata e sono passati 8 anni. A quel punto, ho fatto un passo indietro perché dall’altra parte non mi convincevano le risposte che ricevevo”.

La criminologa ci spiega anche che tipo di cambiamento rappresenta per Forti il passare da un carcere statunitense a uno italiano. “Io sono stata due volte a trovare Forti, nel carcere di massima sicurezza, e posso dire che è una cosa spaventosa. L’ospite, che deve essere accreditato con largo anticipo e fare tutta una serie di attività, viene perquisito prima di entrare. I detenuti, nonostante i vari visitatori siano arrivati da tempo, vengono tenuti almeno una ventina di minuti, mezz’ora, con l’obiettivo di far passare il messaggio: ‘Tu sei un numero, decidiamo noi quando devi incontrare queste persone'”, spiega.

“È proprio una gestione del detenuto completamente diversa. Tutti sono vestiti uguali con queste tute arancioni e non gli è consentito di avere oggetti personali. Anche il rapporto tra detenuti è differente. Per lui quindi si tratta di una situazione migliorativa perché qui Forti avrà accesso a tutta una serie di risorse che negli Stati Uniti poteva solo sognare. – aggiunge Bruzzone – Per quanto si parli in maniera drammatica delle carceri italiane, quelle americane sono una cosa molto vicina all’Inferno. E chissà che questa storia non ci riservi qualche bella sorpresa”.

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