Storie Web giovedì, Settembre 17

Nelle casse delle aziende italiane c’è un serbatoio di 46 miliardi di euro di agevolazioni sprecate ogni anno da recuperare a beneficio delle imprese e dei lavoratori stessi. E’ emerso da uno studio PwC intitolato “Costo degli stipendi in Italia: liberare competitività per la crescita” che è stato realizzato su un campione di 400mila imprese con 13 milioni di dipendenti, con un costo del lavoro di 457 miliardi, dando come risultato 33 miliardi di euro di crediti recuperabili tra inefficienze, dimenticanze, mancato recupero di crediti fiscali legati ad agevolazioni che vanno dagli sgravi per le assunzioni dei giovani, delle donne, al Sud, nelle Zes, fino alle note spese. Se proiettato sull’insieme dei dipendenti italiani si arriva a 46 miliardi di agevolazioni fiscali recuperabili, spiega Francesco de Mutiis, director People Transformation di PwC.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Le inefficienze riguardano metà delle imprese

Il contesto italiano, fatto di molta burocrazia e normative spesso scoraggianti per la loro complessità, apre molte spazi al recupero di inefficienza su uno dei primi capitoli di costo per le imprese italiane e cioè il costo del personale. Un recupero che è l’obiettivo della piattaforma, Jet Recupero AI di Jet HR, nata con l’obiettivo di recuperare crediti. Marco Ogliengo, ceo e co-founder della tech company che fa consulenza sulla gestione del personale, racconta che «analizzando i nostri clienti nei meandri più tecnici delle buste paga, abbiamo scoperto un mondo di opportunità che restano sistematicamente sottoutilizzate, come agevolazioni difficili da individuare, misure che richiedono un’applicazione tecnica molto precisa per essere sfruttate davvero, talvolta pura dimenticanza. Il fenomeno riguarda più di metà delle aziende del nostro campione formato da oltre 250 dei nostri clienti. Jet Recupero Ai è un agente intelligente che abbiamo già utilizzato su diverse aziende constatando un risparmio medio per dipendente di oltre 1.500 euro». Alcuni esempi sono quello di Lexroom con 210mila euro di risparmi contributivi e 40mila gestionali, Serenis con 101mila euro di risparmi contributivi e 49mila gestionali, Octopus energy con 193mila euro di risparmi contributivi e 36mila gestionali e Richmond con 41mila euro di risparmi contributivi e 5mila gestionali.

Il nodo del cuneo fiscale troppo elevato

In un Paese dove il cuneo fiscale medio arriva al 45,8%, contro una media Ocse del 35,1%, il quinto valore tra i 38 Paesi membri, quasi un euro su due non arriva al lavoratore. Secondo la proiezione di PwC a fronte di un costo del lavoro pari a 100, circa 46 vengono assorbiti da imposte e contributi e solo poco più della metà si traduce in reddito netto per i lavoratori. Questo costo è una delle principali aree di intervento per liberare competitività, come concorda anche Maria Anghileri, COO di Eusider group, che evidenzia come «il principale problema delle imprese italiane in questa fase è il costo dell’energia troppo alto che ci impedisce di essere competitivi. Sui salari tutti dobbiamo fare di più per essere più attrattivi e superare il tema del disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Proprio per questo come Giovani di Confindustria abbiamo lanciato una proposta di sgravi Irpef per Under 35 con stipendi fino a 50mila euro per i primi 5 anni. Questo consentirebbe al lavoratore di recuperare fino a mille euro al mese. Al Governo chiediamo uno sforzo in questa direzione e di guardare al futuro del Paese».

Le leve per ottimizzare il costo del lavoro

Nel 2025 il costo orario medio del lavoro in Italia è pari a circa 32 euro, più basso sia rispetto alla media UE (34,9 euro) sia a quella dell’area euro (38,2). Il tema della competitività, però, non riguarda solo il livello delle retribuzioni, ma il modo in cui il costo viene distribuito tra lavoratore, impresa e sistema fiscale. Su 32 euro di costo orario complessivo, circa 23 euro sono riconducibili a retribuzioni e salari e circa 9 euro a costi non salariali. Questa componente incide per il 28,1% del totale, oltre la media UE del 24,8% e quella dell’area euro del 25,6%, confermando il ruolo centrale di contributi e fiscalità nella struttura del costo del lavoro italiano che rappresenta la principale voce di costo per le imprese. Lo studio di PwC mappa 33 leve di ottimizzazione del costo del lavoro, suddivise in tre categorie: agevolazioni con tetto di spesa prefissato, leve espresse in percentuale in funzione delle condizioni dei destinatari e leve di carattere gestionale. Tra queste rientrano esoneri per giovani, donne e lavoratori in aree ZES, strumenti di welfare, buoni pasto elettronici, recupero IVA sulle note spese, certificazioni e altre misure spesso cumulabili tra loro. Sul campione analizzato, PwC Italia stima un potenziale di risparmio medio di circa 31,2 miliardi, pari a circa il 7% del costo del lavoro complessivo. Anche una riduzione percentuale apparentemente contenuta produce quindi un impatto economico rilevante su larga scala. A guidare il valore sono gli incentivi contributivi. Il 57% del risparmio potenziale stimato deriva dalle leve con tetto di spesa prefissato, il 33% delle leve gestionali e il restante 10% dalle leve espresse in percentuale. L’ottimizzazione del costo del lavoro non dipende quindi da una singola misura, ma dalla capacità di combinare incentivi contributivi, strumenti organizzativi e criteri di cumulabilità.

Un risparmio potenziale sul costo del lavoro superiore al 7%

Il risparmio potenziale per fascia dimensionale mostra come il beneficio dell’adozione delle leve di ottimizzazione cresca in valore assoluto con la dimensione aziendale, restando comunque a doppia cifra percentuale sul costo del lavoro anche nelle imprese più piccole: dal 7,37% del costo del lavoro per azienda nelle microimprese, al 5,38% nelle piccole, fino al 4,47% nelle medie e al 4,51% nelle grandi imprese. Il problema in conclusione non sembra l’assenza di leve, ma la difficoltà di intercettarle e applicarle tutte. Ritardi nei decreti attuativi, applicazione operativa delle norme, frammentazione tra contratti collettivi nazionali di lavoro, variabili territoriali e burocratiche rendono la verifica manuale rapida insostenibile, soprattutto su grandi moli di dipendenti ed è in questo contesto che la tecnologie e l’intelligenza artificiale può avere un ruolo per migliorare l’efficienza delle imprese.

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