Storie Web martedì, Maggio 19

L’ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder) è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato da una specifica differenza nel modo in cui il cervello gestisce attività come l’attenzione, l’energia e l’impulsività. A parlarne è il dott. Massimiliano Dieci, psichiatra e responsabile dell’U.O. di Riabilitazione psichiatrica e di ZucchiMental Care, Degenze specializzate in cure psichiatriche e dipendenze presso gli Istituti Clinici Zucchi di Gruppo San Donato a Carate Brianza.

Cos’è e perché si manifesta

«A livello neurobiologico, l’ADHD è legato a una disfunzione dei sistemi dopaminergico e noradrenergico. Si tratta, cioè, di un’alterazione che compromette i circuiti cerebrali coinvolti nella regolazione dell’attenzione e nella capacità di pianificazione. Le cause sono multifattoriali, ma la genetica ha un peso molto rilevante. A questo si aggiungono possibili fattori come, per esempio, la nascita prematura e l’esposizione a sostanze tossiche come fumo, alcol o altre sostanze durante la gravidanza».

Diagnosi in aumento: perché? 

«In Italia e nel mondo osserviamo un aumento delle diagnosi. I dati epidemiologici parlano di circa il 4% nei bambini e negli adolescenti e del 3% negli adulti, con una prevalenza maschile soprattutto nelle fasce d’età più basse. Questo incremento è legato a una maggiore capacità di intercettare i casi e al contesto digitale che espone a stimoli rapidi e continui, come videogiochi online e social network, che potrebbero influenzare i livelli attentivi. È però un tema ancora molto dibattuto nella comunità scientifica».

Forme severe e forme lievi

«L’ADHD non è una condizione “tutto o nulla”, si distribuisce lungo un continuum di gravità. Possiamo osservare forme lievi, cosiddette subcliniche, in cui i sintomi sono presenti ma gestibili, e consentono una vita quotidiana pressoché normale; e forme più severe, dove è presente una marcata difficoltà nel controllo dell’impulsività e dell’attenzione, con un impatto significativo sul rendimento scolastico, lavorativo e sociale».

L’ADHD dall’infanzia all’età adulta

«Sebbene l’esordio sia tipicamente nell’infanzia, la diagnosi può arrivare anche molto più tardi. Questo dipende dal livello di attenzione del contesto, dalla capacità individuale di compensare, per esempio, nei soggetti con alto quoziente intellettivo, e dalla presenza di sintomi disattentivi, che sono meno evidenti rispetto all’iperattività.

È ancora oggetto di discussione scientifica l’ipotesi di un esordio in età adulta. L’interpretazione più condivisa è che si tratti di forme più lievi non riconosciute in precedenza».

«Mentre nei bambini l’iperattività è spesso una strategia per cercare stimoli e mantenere l’attivazione cognitiva, nell’adulto il disturbo tende a diventare prevalentemente disattentivo». I sintomi più comuni includono:

• difficoltà a mantenere la concentrazione su attività prolungate, come la lettura o le riunioni;

• problemi nella gestione del tempo e nella pianificazione;

• tendenza a perdere oggetti;

• una costante sensazione di sovraccarico mentale.

Rischi associati e comorbidità

«L’ADHD raramente si presenta da solo: si associa ad altri disturbi del neurosviluppo, come quelli specifici dell’apprendimento o dello spettro autistico. Inoltre, rappresenta un fattore di rischio per diverse condizioni psichiatriche in età adulta, tra cui ansia, disturbo bipolare e di personalità, come il borderline e l’antisociale. È frequente anche una maggiore vulnerabilità alle dipendenze, in particolare da sostanze stimolanti».

Il percorso diagnostico: evitare le “mode”

«Nonostante se ne parli molto, non siamo di fronte a una moda. Anzi, in Italia solo una piccola parte delle persone che ne avrebbero bisogno riceve una diagnosi e un trattamento adeguato. La diagnosi è esclusivamente clinica: non esistono esami del sangue o biomarcatori che possano sostituire la valutazione specialistica.

È fondamentale rivolgersi a psichiatri o neuropsichiatri infantili esperti, in grado non solo di valutare i sintomi attuali, ma anche di ricostruire la storia del paziente scolastica, relazionale e comportamentale, per distinguere l’ADHD da altre condizioni ed evitare il rischio di sovradiagnosi».

Trattamento e prospettive

«La gestione dell’ADHD è più efficace quando si basa su un approccio integrato – spiega lo psichiatra – attraverso:

• farmaci come il Metilfenidato e l’Atomoxetina, che aiutano a regolare i livelli di dopamina e noradrenalina, migliorando la concentrazione;

• psicoterapia cognitivo-comportamentale, fondamentale per sviluppare strategie pratiche di organizzazione e gestione della quotidianità;

• modifiche dello stile di vita, attività fisica e corretta alimentazione affiancate a tecniche di mindfulness possono migliorare la regolazione dell’attenzione».

Un consiglio per i genitori

«Ricevere una diagnosi di ADHD non significa essere gravemente malati. Molte persone con ADHD presentano una creatività spiccata e pensiero divergente. Sono caratteristiche che, se ben indirizzate, possono diventare un punto di forza. Non è un caso che grandi aziende internazionali abbiano iniziato a valorizzare questi profili».

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