Storie Web domenica, Novembre 1

Alcuni giorni fa Human Rights Watch è intervenuta, sottolineando che le accuse contro la Commissione elettorale sollevano «seri interrogativi sull’equità delle future elezioni indiane». Secondo l’Asian director dell’organizzazione Elaine Pearson «le autorità dovrebbero interrompere immediatamente il processo di revisione, che ha privato le persone più emarginate dell’India del diritto di voto e dell’accesso ad altri servizi pubblici». Un’accusa respinta sia dalla Commissione elettorale sia dal governo di cui è espressione.

Ma se il bersaglio ufficiale dei manifestanti di domenica era senza dubbio Gyanesh Kumar, il controverso alto burocrate nominato dal governo a capo dell’Election Commission, quello più evocato dagli slogan dei dimostranti era chiaramente il primo ministro Narendra Modi. «Se sono qui è anche perché sono contro le politiche repressive del governo», spiega Vandana Sharma, una pensionata di 67 anni venuta a sentire gli interventi dei leader dell’opposizione.

I manifestanti si sono radunati al Ramlila Maidan, un’enorme spianata a nord del centro di New Delhi, dopo che il mese scorso la Polizia di Delhi – che diversamente da quanto accade in altri Stati dell’India dipende direttamente dal ministero dell’Interno – aveva escluso Jantar Mantar dall’elenco dei luoghi ufficialmente autorizzati per le manifestazioni.

Lo spazio adiacente allo storico complesso dell’osservatorio astronomico era da tempo il principale punto di ritrovo per le proteste nella capitale, ma dopo il successo delle manifestazioni contro il governo organizzate dal Cockroach Janta Party – e per via della sua vicinanza al Parlamento – è stato transennato e di fatto chiuso al pubblico.

Al di là dell’obiettivo immediato di chiedere la decapitazione dell’Election Commission of India, la manifestazione di domenica aveva anche un’innegabile valenza politica, riunendo sullo stesso palco i leader di una coalizione d’opposizione la cui coesione è stata recentemente indebolita dai successi elettorali del Bjp di Modi, l’ultimo dei quali è avvenuto dopo la revisione delle liste elettorali del West Bengal, uno Stato in cui il partito del premier non aveva mai vinto.

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