Dall’economia americana nel suo complesso è arrivato, in ogni caso, un segnale di solidità. Tra luglio e settembre – secondo i dati preliminari del dipartimento del Commercio diffusi ieri – il Pil americano è cresciuto del 3,4% annualizzato, dopo il +2,2% del secondo trimestre. La spesa delle famiglie si è dimostrata robusta, con un aumento annualizzato del 3,8% per il secondo trimestre consecutivo, nonostante la continua erosione del potere d’acquisto e il calo della fiducia dei consumatori.
Gli investimenti delle imprese, soprattutto tecnologiche, sono cresciuti del 12,7% annualizzato: è il dato più alto dal 2020 e segnala un contributo all’aumento del Pil superiore a qualsiasi altro periodo dal 2011 (escludendo la ripresa successiva al Covid).
«I dati mostrano un’economia che sta andando piuttosto bene sotto la superficie», ha affermato Andrew Husby, economista senior per gli Stati Uniti presso Bnp Paribas. «I numeri confermano inoltre che l’economia è sostenuta dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dai relativi fattori positivi, sebbene non sia l’unico motore della crescita economica».
Le esportazioni nette hanno invece sottratto 3,3 punti percentuali al calcolo del Pil del terzo trimestre. E i tassi sui prestiti saliti al 7,5% hanno frenato il mercato immobiliare e il settore delle costruzioni.
«Sebbene la spesa dei consumatori si sia dimostrata molto resiliente finora, prevediamo un rallentamento in futuro», ha affermato Marc Giannoni, capo economista per gli Stati Uniti di Barclays Plc. «Anche al netto dell’inflazione, la crescita del reddito non sta avendo un impatto significativo e le famiglie hanno dovuto attingere ai risparmi».







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