Storie Web giovedì, Ottobre 1

Nel giorno in cui l’Istat certifica un’inflazione volata al +4,2% su base annua (da +3,3% di agosto), Giorgia Meloni prende di nuovo carta e penna e scrive a Ursula von der Leyen. Obiettivo: mettere sul tavolo dell’Ecofin della prossima settimana in Lussemburgo (per poi discuterne al Consiglio europeo di metà ottobre) il riconoscimento agli Stati membri di «una flessibilità aggiuntiva per sostenere famiglie e imprese, a fronte di una crescita inflazionistica dovuta al caro energia a livello globale».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

La lunga battaglia

La questione non è nuova, perché il Governo italiano l’ha già posta in sede Ecofin, come ricorda la premier in videocollegamento con l’evento annuale del quotidiano Il Gazzettino rivendicando il fatto di aver invocato da tempo interventi condivisi efficaci contro l’aumento dei prezzi energetici. «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza, invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie», aveva detto all’uscita dell’Ecofin di inizio marzo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, per sostenere la richiesta di aggiustare i vincoli fiscali. I numeri aggiornati dei prezzi da Madrid a Berlino e da Parigi a Roma, che portano al 3,2% l’inflazione su base annua sia nella Ue sia nell’Eurozona dal 2% di inizio anno (1,7% per l’area dell’Euro), suggeriscono anche a Bruxelles che l’emergenza è arrivata. Di qui la nuova lettera annunciata dalla premier, che preme per rimettere la questione all’ordine del giorno nelle riunioni della prossima settimana anche sulla base del fatto che da inizio anno il prezzo del petrolio è aumentato dell’80% e quello del gas naturale del 156%. La richiesta è di tenere in maggior conto la botta inflattiva nei meccanismi dei vincoli di finanza pubblica. Il punto non è l’extradeficit della clausola di salvaguardia nazionale, dossier che corre in parallelo in vista del Consiglio dei ministri di domani sul nuovo programma di finanza pubblica, ma l’impianto “ordinario” della governance fiscale europea, che ruota intorno al perno della traiettoria della spesa netta tracciata, in un 2024 ormai archeologico, con l’obiettivo di tenere a bada il debito.

Manovra a tappe

Nello scenario travolto dalla febbre dei listini energetici, il Consiglio dei ministri di domani diventa quindi la prima tappa di un percorso più articolato, che passa dall’Eurogruppo e dall’Ecofin in calendario l’8 e il 9 ottobre; dove peraltro è in programma anche il confronto su una tassazione europea degli extraprofitti delle compagnie energetiche, sempre su richiesta italiana (con Germania, Austria, Spagna, Portogallo e Polonia).Per argomentare il pressing, Meloni aggiunge di condividere l’invito a «svegliarsi» arrivato all’Ue dal presidente di Confindustria Emanuele Orsini; svegliarsi per abbandonare «l’ideologia» e «fare i conti con il fatto che alcune misure invece di risolvere i problemi rischiano di crearne». L’esempio più lampante? La «vicenda annosa» degli Ets, con la revisione proposta da Bruxelles che reputa «totalmente insufficiente» alla quale oppone le sei ricette concordate martedì a Praga con il primo ministro ceco Andrej Babiš. «Non possiamo continuare a gravare con una extra tassazione ambientale sulle nostre imprese manifatturiere danneggiandole ulteriormente nella loro capacità di competere in un mercato globale nel quale i nostri principali concorrenti non sono sottoposti allo stesso livello di costo del carbonio e agli stessi vincoli», scandisce la premier. «Non capirlo significa condannare l’Europa alla deindustrializzazione».Al sistema produttivo Meloni guarda quando conferma l’intenzione di attivare tutto l’extradeficit da 14 miliardi (lo 0,3% del Pil sia nel 2027 sia nel 2028) previsto dalla clausola di salvaguardia nazionale per l’Italia, in un quadro che come anticipato sul Sole 24 Ore di ieri dovrebbe quindi concentrare sul capitolo della difesa le “rinunce” per trovare l’intesa con la Ue dopo la conferma del deficit 2025 al 3,1%. Il filone energetico era del resto politicamente più cruciale (e meno scivoloso) per il Governo fin dai negoziati di primavera, prima che di mese in mese i dati sui prezzi lo mettessero sempre di più al centro dell’agenda.

Famiglie e imprese

Le risorse della clausola, ribadisce Meloni, andranno utilizzate «per abbassare in modo strutturale i prezzi dell’energia per le imprese». Si definisce così il doppio binario della strategia del Governo. Il primo punta ad aiutare le famiglie con l’addio al bollo auto per il 2027 e gli sconti praticati, dietro accurata moral suasion, dalle principali società petrolifere, in un elenco che come emerso ieri sera dovrebbe contemplare presto anche Tamoil grazie alle «interlocuzioni molto ben avviate» con il Governo libico, come fa sapere Palazzo Chigi. L’altro mira invece a concentrare le risorse addizionali della clausola di salvaguardia sulle imprese, a cui promette di nuovo, in uno dei prossimi Cdm, l’estensione delle semplificazioni della Zes unica. Il perno per l’attivazione della clausola nonostante il 3,1% confermato dall’Istat per il 2025 è rappresentato dal deficit di quest’anno, che nel nuovo programma di finanza pubblica potrebbe scendere anche al 2,7-2,8%, sotto al 2,9% ipotizzato fin qui. Merito, oltre che della crescita reale in viaggio verso l’1% contro il +0,6% previsto ad aprile, proprio dell’inflazione. Che sui conti pubblici funziona un po’ come l’alcool: ha un effetto benefico immediato, perché spinge le entrate, alimenta il drenaggio fiscale e aumenta il Pil nominale, ma all’euforia iniziale fa seguire l’emicrania prodotta dalle voci indicizzate di pensioni e assegno unico e dagli interessi sui BTp: altro fattore decisivo nel misurare le possibilità reali di aumentare il deficit senza ipotecare il futuro prossimo sull’altare dell’emergenza.

Condividere.