Se cresce la consapevolezza dei rischi legati all’uso di alcol in gravidanza, resta l’insidia del “consumo sociale” mentre la prevenzione dello spettro che arriva a comprendere la sindrome feto-alcolica diventa totale soltanto se le future madri, supportate dal partner e da chi le accompagna, scelgono di rinunciare del tutto a un bicchiere anche sporadico durante la gestazione. Una cautela che, secondo gli esperti, andrebbe estesa al periodo dell’allattamento perché l’etanolo passa nel latte materno.
La campagna social
L’occasione per rilanciare una prevenzione completa è la Giornata internazionale della Sindrome Feto-Alcolica e dei disturbi correlati, che si celebra il 9 settembre e a cui il ministero della Salute dedica la campagna “Zero alcol in gravidanza”, veicolata sui suoi canali Instagram e Youtube e su quelli dell’Istitituto superiore di sanità, con contributi anche della Società italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo).
I rischi
Il consumo di alcol in età fertile non è dannoso solo per la salute del consumatore ma anche del feto – ricordano dal ministero – se la coppia che programma una gravidanza o va incontro a una gravidanza non si astiene dal consumo di alcol. I metaboliti dell’alcol infatti passano la barriera placentare e causano danni permanenti al feto esposto, che sono sintetizzati nello Spettro dei disordini feto-alcolici (Fasd), la cui manifestazione clinica più grave è la Sindrome feto-alcolica (Fas). Tra le alterazioni della Fasd, anomalie cranio facciali e rallentamento della crescita ma anche disturbi dello sviluppo neurologico, che comportano disabilità comportamentali e neuro-cognitive.
Studi a livello europeo, evidenziano che circa il 10% delle donne nella popolazione generale consuma alcol durante la gravidanza, fattore-chiave di rischio. Dall’Istitituto superiore di sanità sottolineano che le giovani donne sono sempre più consapevoli dei rischi legati al consumo di alcol durante la gravidanza e, nella maggior parte dei casi, dichiarano di evitarlo. Ma tra ciò che viene riferito e ciò che i dati mostrano – è l’osservazione – sembra esserci una zona d’ombra: rimane infatti sottovalutata l’abitudine a bere occasionalmente, specie in compagnia. Lo rivela un’analisi su campioni biologici materni e infantili condotta dal Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss tra gennaio 2024 e luglio 2026 per il progetto “Salute materno-infantile: formazione degli operatori sociosanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza”. «Il messaggio è chiaro: zero alcol in gravidanza – sottolinea Simona Pichini, direttore del Centro -. Promuovere questa consapevolezza significa intervenire prima del concepimento, durante la gravidanza e, più in generale, aumentare la consapevolezza dei rischi legati al consumo di alcol durante la gestazione. L’astensione non è una questione che riguarda solamente la donna ma coinvolge il partner e coloro che ruotano intorno alla coppia».
Il consumo in gravidanza
Nell’ambito del progetto sono stati analizzati 83 campioni di capelli di gestanti tra i 18 e i 24 anni e 147 campioni di meconio neonatale. Le analisi hanno cercato tracce di etilglucuronide (EtG), un indicatore utilizzato per valutare l’esposizione all’alcol, insieme a uno screening per altre sostanze psicoattive. Il dato più significativo riguarda i campioni materni. Soltanto due campioni hanno mostrato livelli di EtG vicini alla soglia indicata dalla letteratura scientifica come riferimento per un consumo cronico di alcol. Ma in 34 casi, pari al 41% del campione, le analisi dei capelli hanno evidenziato un profilo compatibile con quello definito in letteratura come «bevitrice sociale». Il risultato assume particolare rilievo perché, nelle interviste, le donne avevano dichiarato di non consumare alcol, di essere astemie oppure di aver interrotto il consumo durante la gravidanza. Il dato, tuttavia, non significa che il 41% delle gestanti sia consumatore cronico di alcol né consente, da solo, di stabilire quantità e frequenza del consumo durante l’intera gravidanza. Si tratta di un risultato preliminare che dovrà essere ulteriormente approfondito, anche attraverso una pubblicazione scientifica. «Il risultato è interessante e sarà approfondito in una pubblicazione scientifica», evidenzia Adele Minutillo, del Centro nazionale Dipendenze e Doping.

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