«Ogni anno va in scena lo stesso copione: il dibattito sul finanziamento della sanità si accende alla vigilia della Manovra, si consuma nella trattativa su qualche miliardo e si spegne subito dopo. E’ ora di cambiare rotta: servono risorse adeguate ai bisogni di salute e riforme capaci di tradurle in servizi realmente accessibili, investendo anzitutto sul personale e sull’erogazione uniforme dei Livelli essenziali di assistenza. Altrimenti il diritto alla tutela della salute resterà universale solo sulla carta, ma sempre meno tangibile nella vita reale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure. Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell’art. 32 della Costituzione». Così il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, in vista del dibattito sulla legge di bilancio 2027.
Il confronto internazionale
La base di analisi sono il dataset Oecd Health Statistics, aggiornato al 17 luglio 2026, e il Country Report 2026 della Commissione Ue: nel 2025, per spesa sanitaria pubblica pro capite, l’Italia si colloca al 15mo posto tra i 27 Paesi europei dell’area Ocse e ultima tra quelli del G7. La spesa sanitaria pubblica si attesta al 6,2% del Pil, in calo rispetto al 6,3% del 2024 e nettamente inferiore sia alla media Ocse sia a quella dei Paesi europei, entrambe pari al 7,1%. Sul fronte della spesa pro-capite a parità di potere di acquisto, rilevano ancora da Gimbe, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato 36 miliardi di euro.
Equità in bilico
In particolare, nel Report della Commissione Ue «per la prima volta le criticità del Servizio sanitario nazionale non vengono più lette solo come un problema di tutela della salute ma – avvisa Cartabellotta – sono esplicitamente collegate anche all’equità sociale e alla produttività del Paese. Non a caso lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’Ue ha adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più tempestivo a cure economicamente accessibili e affronti le carenze di personale nelle professioni-chiave». Secondo il presidente Gimbe, il messaggio inviato dall’Europa «è inequivocabile: il deterioramento del Ssn non è più solo un problema sanitario ma ha ricadute sulla tenuta economica e sociale del Paese».
In questo contesto di progressivo definanziamento della sanità pubblica, è l’ulteriore commento, le recenti valutazioni di Ocse, Commissione europea e Oms Europa convergono su una lettura apparentemente paradossale: il Ssn continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un’elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma si sta progressivamente deteriorando la sua capacità di erogare prestazioni tempestive, eque e finanziariamente accessibili, in particolare per le fasce socio-economiche più fragili.
“Nebbia” sulle cure territoriali
In questo quadro – rilevano ancora dalla Fondazione – diventa ancora più urgente conoscere gli esiti della riforma dell’assistenza territoriale finanziata dal Pnrr: al 1 settembre, a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, non è ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività di almeno 1.038 Case della comunità e 307 Ospedali di comunità. «Senza dati aggiornati su servizi effettivamente erogati e personale disponibile – commenta infine Cartabellotta – rimane concreto il rischio, più volte denunciato dalla Fondazione, che le nuove strutture restino scatole vuote: target europei centrati, rate incassate ed edifici realizzati, ma incapaci di garantire quella presa in carico territoriale per cui ci siamo indebitati».












