Storie Web lunedì, Agosto 31

Come è tradizione da decenni, dopo l’estate il Governo inizia a valutare gli interventi da inserire nella legge di bilancio che quest’ anno, come è noto, sarà molto delicata essendo l’ultima della legislatura. Da settimane si intrecciano voci e indiscrezioni riguardo ai possibili contenuti: contenimento costi energetici, alleggerimento Irpef, extraprofitti, pensioni, bollo auto, flat tax e quant’altro. Nella maggioranza c’è già chi immagina una manovra da oltre 30 miliardi di euro; qualcuno ipotizza 40 mld, dato l’incombere della campagna elettorale. Da parte sua, il ministro della Salute avrebbe chiesto 5 mld di euro per assunzioni di personale, farmaci, anziani, cronicità e completamento delle strutture legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

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Le questioni in sospeso

Nondimeno il Governo, al momento delle scelte definitive, non potrà non tenere conto di alcune partite contabili che gravano per decine di miliardi sulla Sanità pubblica. Sono questioni e vertenze annose, mai affrontate con la necessaria determinazione, ma che nel medio periodo potrebbero deflagrare in modo insostenibile. Vediamo di cosa si tratta.

Innanzitutto sono in piedi da anni molti aspetti di contenzioso che, nella costante e totale inerzia decisionale, aumentano in modo esponenziale i costi correlati. Le materie sono arcinote: buono pasto ai turnisti, monetizzazione delle ferie non fruite, retribuzione spettante durante le ferie. La recente Preintesa del Comparto del 29 luglio e il decreto legge 144/2026 del 4 agosto hanno dettato alcune disposizioni sulle due questioni legate alle ferie ma sono interventi che varranno esclusivamente per il futuro, mentre tutto il pregresso incombe con costi giganteschi, data la prescrizione decennale e non quinquennale degli importi da risarcire. Riguardo al buono pasto, la situazione è ancora peggiore perché il Ccnl ha ancora una volta rinviato del tutto la soluzione, come ammesso in modo sconcertante nella dichiarazione congiunta n. 2.

Il nodo Tfr

Ma non è finita, perché esistono altre due problematiche di matrice extracontrattuale per le quali è addirittura già fissata una data da considerare una deadline perentoria. La prima è la questione dei tempi di pagamento del Tfr ai dipendenti pubblici tra i quali rientrano, ovviamente, i 700.000 lavoratori della Sanità pubblica. Dopo anni di vertenze irrisolte, la Corte costituzionale con l’ordinanza n. 25 del 5.3.2026 è tornata a sollecitare Governo e Parlamento a rivedere le norme introdotte nel 2010. Questa volta, tuttavia, la Consulta ha fissato un termine preciso: se entro il 14 gennaio 2027 non verrà corretta la disciplina attuale, riportandola entro i limiti di legittimità, la Corte potrebbe dichiarare incostituzionali le norme vigenti. Una decisione simile avrebbe ingenti conseguenze per i conti pubblici e, secondo le stime dell’Inps, l’impatto immediato arriverebbe ad oltre 15 mld di euro. La pronuncia è dunque interlocutoria e ha concesso al legislatore ordinario una moratoria di un anno per superare le plateali illegittimità costituzionali rilevate nei tempi di pagamento. Ma se fra quattro mesi non si sarà andati oltre il risibile intervento fatto con la legge di bilancio 2026 (comma 198), la Consulta sarà costretta a procedere.

Il macigno delle tariffe Lea

L’altro macigno finanziario è costituito dal percorso di revisione della tariffe dei Livelli essenziali di assistenza (Lea), cioè le prestazioni che la Sanità pubblica è tenuta a erogare a tutti i cittadini: il decreto del ministro della Salute del 25 novembre 2024 è stato annullato da tre sentenze del Tar Lazio (sez. terza-quater, sentenze nn. 16399, 16400 e 16402 del 22.9.2025), in seguito ai ricorsi di oltre 350 strutture sanitarie private accreditate. I giudici avevano contestato in particolare l’uso di dati di costo giudicati “inattuali perché risalenti esclusivamente agli anni 2015/2016” e un’istruttoria ritenuta insufficiente su alcune voci, tra cui le prime visite. Tuttavia i Giudici amministrativi hanno disposto l’annullamento con effetti differiti a un anno dal deposito per cui il Governo deve provvedere entro il 22 settembre prossimo.

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