Storie Web giovedì, Agosto 6

«Colpa di Alfredo» cantava Vasco Rossi a inizio anni Ottanta. Nel caso della delega fiscale non c’è nessun colpevole. Anzi la riforma voluta e difesa dal viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha portato a casa 21 decreti attuativi e 8 Testi unici. In totale 29 decreti che sono stati condotti al traguardo definitivo con un obiettivo ben chiaro in partenza: non gravare sui conti pubblici. Anche per questo il viceministro Leo ha ripetuto come un mantra in ogni occasione che tutte le modifiche potevano essere fatte solo con le necessarie risorse. E la mancanza di queste risorse, considerando che quasi tutta l’attuazione ha attinto dal bacino messo a disposizione dall’abolizione dell’Ace (aiuto alla crescita economica), ha lasciato dei lavori incompiuti. In teoria in alcuni casi qualche margine ci sarebbe ancora per intervenire con i decreti correttivi, che possono andare oltre la scadenza di prima attuazione fissata per il 29 agosto, mentre in altri gli eventuali interventi saranno necessariamente fuori dai binari della delega. Più in generale i casi più lampanti dei cantieri non completati sono quelli dell’Iva, dell’Irap, del gioco fisico e della tassazione dei redditi finanziari.

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Iva e Irap

Considerando anche la grandezza dei volumi in campo, l’operazione di mettere mano in modo sostanzioso a Iva e Irap si è rivelata una montagna difficile da scalare. Sull’Iva, tra l’altro, la delega fiscale aveva messo in agenda l’obiettivo di «razionalizzare il numero e la misura delle aliquote dell’Iva secondo i criteri posti dalla normativa dell’Unione europea». Questo nell’ottica di prevedere una tendenziale omogeneizzazione del trattamento per beni e servizi similari meritevoli di agevolazione in quanto destinati a soddisfare le esigenze di maggiore rilevanza sociale. Sull’Irap la delega puntava a un graduale superamento dell’imposta, dando priorità a società di persone e associazioni senza personalità giuridica costituite tra persone fisiche per l’esercizio in forma associata di arti e professioni, e istituire una sovrimposta. Il tutto però secondo un paletto ben preciso: l’«invarianza del carico fiscale, assicurando alle regioni un gettito in misura equivalente a quello attuale, da ripartire tra le stesse sulla base dei criteri vigenti.

Redditi finanziari

L’altro grande assente è la revisione della tassazione dei redditi di natura finanziaria. Qui l’ipotesi delineata dalla delega era quella di prevedere un’unica categoria reddituale nel segno dell’onnicomprensività e, tra gli altri anche la tassazione sulla base del principio di cassa con possibilità di compensazione, «comprendendo, oltre alle perdite derivanti dalla liquidazione di società ed enti e da qualsiasi rapporto avente ad oggetto l’impiego del capitale, anche i costi e gli oneri inerenti, nel rispetto dell’obiettivo di contenere gli spazi di elusione e di erosione dell’imposta». Anche in questo caso ha pesato la difficoltà di reperire risorse per sostenere questo impianto riformatore. Del resto, più volte il viceministro dell’Economia ha sottolineato quanto fossero rilevanti temi come l’unificazione del trattamento di fondi immobiliari e mobiliari e la riduzione dal 26% al 20% del prelievo sui rendimenti degli investimenti delle Casse dei professionisti.

Giochi

La riforma del gioco pubblico si è fermata a metà. Dopo la riscrittura delle regole per il gioco online tutti i tentativi di rimettere ordine sul gioco terrestre in sintonia con Regioni e Comuni sono naufragati. E qui un ruolo chiave lo ha “giocato” la politica. Il Mef, dal canto suo, sulla bozza del decreto di riforma aveva già incassato il via libera della Conferenza unificata e già con la legge di bilancio aveva appostato un chip da 80 milioni da destinare a regioni e comuni come primo segno tangibile della devoluzione di una quota delle entrate da gioco a governatori e sindaci. Un chip che due settimane fa, però, è stato recuperato dai tecnici del Mef e destinato, invece, all’attuazione della delega sul federalismo fiscale. Ora gli operatori e soprattutto i concessionari guardano tutti alla prossima manovra, quando il governo sarà di fatto obbligato a concedere l’ennesima proroga delle concessioni per il Bingo, le scommesse e le slot. Ma senza una riforma organica su distanze dei punti giochi dai luoghi sensibili (scuole, ospedali case di riposo ecc.), orari di apertura e su una maggiore tutela dei giocatori, il rischio di avviare nuovi e lunghi contenziosi con gli enti territoriali è più concreto. Con la conseguenza che a conquistare sempre più spazi di mercato sia solo il gioco illegale con buona pace della tutela di giocatori , della filiera e delle stesse entrate dello Stato.

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