Dopo il burden sharing, il burden shifting. Giorgia Meloni sa bene che il vertice Nato in programma ad Ankara il 7 e 8 luglio si avvia a certificare un nuovo “salto” nelle relazioni con gli Usa: lo scorso anno Donald Trump ha ottenuto l’impegno dei 31 alleati a portare al 5% del Pil entro il 2035 la spesa in difesa (3,5%) e sicurezza (1,5%). Stavolta, come è evidente dai colpi sferrati dal tycoon negli ultimi giorni, l’obiettivo è ridurre le responsabilità statunitensi in Europa. Un «riposizionamento degli assetti», stemperano fonti governative, convinte che il totale disimpegno americano in Europa sia impossibile.

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Nessuno comunque si aspetta carezze, la premier in primis. Ma è in buona compagnia: ieri è stata la Germania a finire nel mirino («Ridicolo» il suo contributo alla Nato, ha attaccato Trump), con Friedrich Merz costretto a ricordare che Berlino raddoppierà il bilancio della difesa entro quattro anni e poi a garantire, in un colloquio telefonico con il presidente Usa, che l’Alleanza «diventerà più europea». In questo impegno sta la strategia condivisa per prevenire strigliate di Trump nella capitale turca.

Meloni può contare sulla sponda del padrone di casa, il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan, che non a caso ha sentito ieri: uno scambio di idee sul summit e sull’unificazione della Libia (segnale agli Usa, che sul dossier libico hanno sollecitato aiuto), secondo Palazzo Chigi; una conversazione per rafforzare la cooperazione tra Turchia e Italia in tutti i settori, in particolare nell’industria della difesa, spiegano dalla presidenza turca.

L’asse è una mano tesa alla premier, che si presenterà ad Ankara con una spesa salita sì al 2,8% del Pil, quasi il doppio rispetto all’1,6% del 2024, ma con un aumento legato soprattutto alla componente sicurezza (15 miliardi, lo 0,71%). Sicurezza intesa come «dominio più ampio» che include le spese per la protezione delle infrastrutture critiche e delle catene di approvvigionamento, per la cybersicurezza, per la sicurezza energetica, per la tutela dei confini, financo per la risposta alle emergenze.

Questa possibilità di contabilizzare poste prima escluse consente all’Italia di rispettare i patti senza però accelerare sulla strada del riarmo, tanto più impopolare quanto più ci si avvicina alle elezioni politiche. Da qui lo stallo sul Safe, rinviato a settembre senza alcuna certezza che alla fine sarà attivato (ma ad Ankara non se ne parlerà, perché è “solo” uno strumento finanziario sotto il cappello Ue), ma anche il no italiano al Purl, il programma di acquisto di armi Usa per l’Ucraina.

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