La Commissione europea ha scelto un’azienda italiana per costruire il proprio futuro nell’intelligenza artificiale. Si tratta di Domyn, già nota come iGenius, guidata da Uljan Sharka, classe 1992, cittadino italiano di origine albanese. La scale up milanese sarà il soggetto designato a guidare Europa, il consorzio europeo nato proprio per l’attuazione del Frontier AI Grand Challenge: la realizzazione di un modello con oltre 400 miliardi di parametri, una dimensione che colloca il progetto tra i sistemi di intelligenza artificiale più avanzati al mondo. In questo contesto, la proposta guidata dalla società italiana è risultata la più convincente per visione strategica, capacità di esecuzione e impatto potenziale.
Chi è Domyn
Nata con l’obiettivo di sviluppare soluzioni di intelligenza artificiale per applicazioni mission-critical nei settori regolamentati, Domyn punta sulla cosiddetta “AI sovrana”: un approccio che consente alle organizzazioni di mantenere il controllo di modelli, dati e infrastrutture, riducendo la dipendenza dai grandi fornitori cloud e garantendo requisiti di privacy, tracciabilità e conformità normativa. Tra i suoi prodotti principali figura Domyn Large, un modello linguistico da 260 miliardi di parametri progettato per applicazioni enterprise ad alta criticità.
L’azienda sta inoltre sviluppando Colosseum, un’infrastruttura che definisce come il più grande supercomputer europeo dedicato all’AI. Secondo Domyn, il sistema sarà in grado di supportare modelli con oltre un trilione di parametri e raggiungere una potenza superiore a 115 exaflop grazie alle GPU NVIDIA Blackwell.nnTra i partner e le organizzazioni che collaborano con l’azienda figurano Microsoft, NVIDIA e diversi gruppi finanziari e industriali internazionali. Domyn è inoltre tra i firmatari del Codice di condotta europeo per i modelli di AI general purpose (GPAI), insieme a società come OpenAI, Google, Microsoft, Amazon, IBM e Mistral AI.
La posta in gioco: autonomia tecnologica europea
Il Frontier AI Grand Challenge, lanciato dalla Commissione nel febbraio 2026, nasce da un’urgenza precisa: l’Europa non può permettersi di restare a lungo consumatrice passiva di tecnologie sviluppate altrove. La dipendenza dai grandi modelli americani e cinesi pone questioni che vanno ben oltre l’efficienza tecnica: riguardano la sicurezza dei dati, la capacità di controllo regolatorio, la tutela della proprietà intellettuale e, in ultima analisi, la sovranità digitale del continente.
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