A quasi dieci anni dall’apertura del primo store di poke in Italia, I Love Poke inaugura un flagship a Milano che non è solo una nuova unità della rete, ma il momento scelto dal gruppo per presentare un’identità maturata. «Questo concetto nasce nel 2017 e dopo nove anni avevamo un’anima diversa, più matura, più solare, più focalizzato sugli ingredienti», spiega Rana Edwards, co-founder e co-ceo insieme a Michael Nazir Lewis. «Lo slogan “love yourself, eat healthy” è rimasto con noi fin dal primo giorno ed è diventato la nostra filosofia generale.» Lo spazio, sviluppato su due livelli con un ampio dehors nel cuore di Milano, è stato progettato per trasmettere questa evoluzione attraverso la scelta dei materiali, della luce e dell’esposizione degli ingredienti.

Il piano di aperture (anche all’estro)

Con 150 store attivi – 102 diretti e 48 in franchising – I Love Poke si colloca, per dimensione e capillarità, tra le principali catene della ristorazione italiana, dopo nomi del calibro di McDonald’s, Burger King, Piadineria e Old Wild West, secondo quanto dichiara Edwards. Il piano per il 2026 prevede altre dieci aperture entro fine anno, tra cui quelle già programmate in Puglia, Sardegna e Calabria, più due a Milano. Sul fronte internazionale, il gruppo ha già aperto a Lisbona e ha due punti vendita operativi in Libano, con una seconda apertura in Portogallo prevista a breve. «Stiamo studiando situazioni di master franchise con player molto strutturati», dice Edwards, che cita anche un paese in Asia tra i mercati allo studio, senza fornire ulteriori dettagli.

Il piano industriale triennale stima un ritmo organico di 15-20 aperture all’anno. Il brand punta a mantenere la quota diretta intorno al 70% del totale, affiancando alle aperture organiche una strategia di M&A: negli ultimi tre anni il gruppo ha già acquisito e convertito due catene concorrenti, Pokè Kal e Poke Scuse. «Con l’evoluzione del business ci saranno anche momenti di M&A che porteranno un’accelerazione rispetto al piano organico», dice Edwards. Per il 2026 sono già pianificate cinque conversioni da altri format, dopo le quattro realizzate nel 2025.

Il territorio italiano rimane l’asse principale dello sviluppo, con un’attenzione specifica alle città medie. «Per noi un negozio con 400mila euro di fatturato ha già un margine minimo del 20%», afferma Edwards. «Salendo sopra una certa soglia arriviamo al 30-35%.» Sull’estero, la strategia punta a creare sinergie con catene già presenti sui mercati europei o a svilupparsi tramite player locali strutturati.

Obiettivi di fatturato

Il 2025 si è chiuso con un fatturato di 67 milioni di euro, con un Ebitda medio store del 23%, un costo del venduto ottimizzato al 29% e un labor cost stabilizzato al 24%, secondo i dati forniti dal gruppo. La crescita like-for-like è stata del 6% – dato che il brand colloca tra i più elevati del food retail italiano per quell’anno – e il fatturato medio per store è stato di 450mila euro. L’incidenza del canale delivery si è attestata al 24%, stabile rispetto ai periodi precedenti.

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