Secondo le ricostruzioni diffuse da media locali e organizzazioni palestinesi, al momento del fermo il ricercatore stava attraversando il valico di Kerem Shalom per uscire dalla Striscia. Dopo l’arresto, sarebbe stato trasferito in un luogo sconosciuto, senza comunicazioni alla famiglia né alle autorità, ha riferito il Centro Palestinese per le Persone Scomparse.
Gli altri 17 studenti del gruppo, invece, sarebbero stati successivamente rilasciati e hanno proseguito il viaggio verso il valico di Allenby, al confine con la Giordania, per poi raggiungere Amman. Qui hanno trascorso la notte presso l’Ospedale italiano prima del trasferimento verso Roma nella giornata di mercoledì.
Al pari di tutti gli altri studenti usciti il 2 giugno e nelle occasioni precedenti – sottolineano fonti informate – al Nijjar aveva ottenuto tutte le autorizzazioni sia dal lato israeliano (Cogat e altri enti previsti dalla normativa israeliana) sia dal lato giordano.
Le accuse israeliane e le smentite palestinesi
Il Centro Palestinese per le Persone Scomparse ha definito il fermo “un ulteriore anello nella catena di detenzioni arbitrarie e conseguenti sparizioni forzate sistematiche di palestinesi nella Striscia di Gaza”.
L’organizzazione sostiene che al Najjar non sia affiliato ad alcuna organizzazione politica o militare e chiede alle autorità israeliane di rivelare immediatamente il luogo di detenzione e la sua condizione giuridica, invocandone l’immediato rilascio.









