Con la guerra in Iran lo scenario continua a deteriorarsi: il petrolio resta troppo caro perché la tregua in Medio Oriente non ha riaperto lo stretto di Hormuz. Con il prolungarsi di tale shock, si va ampliando il suo impatto sulle economie: balza l’inflazione, che cresce anche in Italia, scende ancora di più la fiducia delle famiglie e il calo si estende a quella delle imprese, rischia di bloccarsi il canale del credito.
I consumi e i servizi sono a rischio frenata, l’unico driver della produzione dell’industria sono per ora gli investimenti del Pnrr: i prossimi mesi saranno decisivi per «verificare la capacità delle misure realizzate di produrre risultati duraturi in termini di crescita economica, efficienza amministrativa, riduzione dei divari» e che comunque l’Italia è tra i migliori nella Ue nello stato di avanzamento.
Ma sugli investimenti è possibile una frenata: i dati congiunturali evidenziano un indebolimento nei due mesi di guerra. Nel primo trimestre sono calate le richieste di credito delle imprese per finanziare gli investimenti, a causa dello scenario avverso, sebbene il tasso non sia salito, 3,38% a marzo. Ad aprile si è ridotta ancora di più la fiducia di chi produce beni strumentali.
È il quadro che emerge da Congiuntura Flash del Centro studi Confindustria, che al Pnrr dedica un focus. Petrolio, quindi, ancora caro, 105 dollari al barile a maggio. Questa guerra impatta meno di quella in Ucraina sul prezzo del gas: a maggio è 46 euro kwh, ma ben più alto dei 28 euro di fine 2025. L’inflazione sale, 2,7% in aprile, i prezzi energetici hanno segnato +9,2% all’anno, mentre i prezzi core rallentano, +1,7 per cento. I mercati si aspettano che la Bce inizi a giugno a rialzare i tassi, ora al 2 per cento.
Nel primo trimestre gli occupati sono aumentati di +0,1%, sostenendo un poco i redditi reali, ma la fiducia delle famiglie ha continuato a scendere. Con il protrarsi della guerra è a rischio la spesa degli stranieri per il turismo in Italia; i servizi sono a rischio stop. L’industria tiene, ma c’è un peggioramento in vista: il PMI segna una domanda più debole e ci sono riduzioni delle attese sulla produzione dovute alla guerra.




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