Storie Web giovedì, Aprile 23

Partendo da una mappatura (su basi nuove) del patrimonio pubblico, la digitalizzazione risulta uno dei pilastri portanti del recente intervento di riforma del Codice dei beni culturali. Per quanto di portata non sistemica, la legge 40/2026 («Gazzetta Ufficiale» del 30 marzo 2026 n. 74), entrata in vigore da pochi giorni, punta a garantire maggiore inclusività dei privati nei vari livelli di gestione del patrimonio.

Anagrafe digitale

Dei due strumenti pensati ad hoc, il primo è la creazione dell’anagrafe digitale degli stessi beni. Musei, biblioteche e archivi, aree e parchi archeologici dovranno rendere disponibili le informazioni circa le forme di gestione e la conformità dei livelli di qualità nella valorizzazione. Rispetto a quanto già noto, l’anagrafe archivia e apporta elementi aggiuntivi quali i dati relativi agli immobili in disuso, le informazioni concernenti lo stato di fruizione del bene, anche al fine del passaggio dalla gestione diretta a quella indiretta. Nelle intenzioni, lo strumento dovrebbe permettere di monitorare, ed evidenziare, i sistemi “fragili” rispetto ai grandi attrattori, posti in ambiti territoriali defilati o in zone economicamente deboli, ad esempio le aree interne, i borghi e le comunità montane. Oltre l’80% dei visitatori è infatti concentrato in sole tre regioni, e in particolare 29,7 milioni, pari al 48,8%, si sono riferiti ai siti del Lazio, 10,3 milioni pari al 16,9% quelli della Campania, 9,1 milioni pari al 14,9% quelli della Toscana. Solo il restante 19,4% dei visitatori di siti statali copre le restanti 17 regioni italiane.

Albo della sussidiarietà orizzontale

Parallelamente, dalla norma viene istituito l’Albo digitale della sussidiarietà orizzontale per il quale si prevede il censimento dei soggetti privati interessati alla gestione indiretta dei beni culturali di appartenenza pubblica, invitati a partecipare alle manifestazioni d’interesse in relazione agli avvisi e alle procedure concernenti l’affidamento della gestione indiretta dei beni culturali e la concessione in uso beni immobili appartenenti al demanio culturale nel rispetto dei principi generali di pubblicità e trasparenza. Lo strumento mira a semplificare il processo di conoscenza che, allo stato, il singolo istituto o ente segue con molte difficoltà, garantendo così un minor aggravio procedurale per l’amministrazione nella fase di “ricerca” e d’individuazione dell’operatore o del partner e contestualmente maggiore efficacia di risultato.

Secondo l’Associazione delle imprese culturali e creative di Confindustria, ascoltata in fase di approvazione della legge con primo firmatario Federico Mollicone (FdI), l’apporto di soggetti esterni alla Pa «moltiplica le forze impegnate nel porre la valorizzazione culturale al centro dell’identità e della coesione sociale» e più nello specifico «si avrà quindi contezza sia dei beni abbandonati e in disuso, sia di quelli che non prevedono l’apertura e la fruizione, con un contributo anche alla trasparenza sulle gestioni indirette, ove esistenti».

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