Estendere la platea degli aventi diritto all’Assegno unico e universale (Auu) ai lavoratori degli Stati dell’Ue non residenti in Italia e ai figli a carico residenti in un altro Stato. Cioè permettere, ad esempio, a un cittadino residente in Francia o in Romania, e che lavora nel nostro Paese, di poter accedere al sostegno mensile anche se i figli a carico risiedono all’estero.
Modifica al decreto del 2021
È ciò che prevede un emendamento depositato dal governo al decreto Pnrr, che dovrebbe iniziare il suo iter in Aula alla Camera mercoledì prossimo, dopo che martedì verranno esaminati i correttivi in commissione Bilancio al rientro dalla pausa pasquale. Il testo interviene sul decreto legislativo 29 dicembre 2021 n. 230, dell’Assegno unico appunto, che tra i beneficiari esclude i lavoratori che non risiedono in Italia per almeno due anni o i cui figli non risiedono in Italia.
Le stime della relazione tecnica
Nella relazione tecnica dell’emendamento viene stimata una platea di 50mila nuovi figli beneficiari. La spesa prevista, così, sarebbe di 20 milioni di euro per i restanti mesi del 2026. Salirebbe a 31,1 milioni per il 2027, a 31,7 milioni per il 2028, a 32,3 milioni per il 2029, a 32,9 milioni per il 2030, a 33,5 milioni per il 2031, a 34,2 milioni per il 2032, a 34,8 milioni per il 2033, a 35,5 milioni per il 2034 e a 36,2 milioni annui a decorrere dal 2035.
Gli altri punti dell’emendamento
L’emendamento, inoltre, stabilisce che «l’erogazione dell’Assegno unico e universale è parametrata alla durata effettiva della residenza, del domicilio o della prestazione di lavoro svolta in Italia». Per quanto riguarda i lavoratori non residenti in Italia, si prevede che «la domanda deve essere presentata per la durata della prestazione lavorativa e, in ogni caso, deve essere rinnovata ogni anno dal 1° marzo».
Italia deferita alla Corte di giustizia Ue
Un intervento che il governo mette in piedi anche per evitare una possibile condanna della Corte di giustizia dell’Unione europea, dopo che la Commissione europea ha deferito il nostro Paese nel 2024. Il motivo è legato ai due anni di residenza richiesti per accedere al sostegno economico. Una «discriminazione» che viola, secondo Bruxelles, «il diritto dell’Ue in materia di coordinamento della sicurezza sociale e di libera circolazione dei lavoratori».










