Storie Web mercoledì, Aprile 1

C’è un dato che più di altri racconta come stanno cambiando i comportamenti economici: nell’area euro il contante sta scivolando ai margini. Secondo la Banca Centrale Europea, in pochi anni il suo utilizzo è passato dal 68% delle transazioni quotidiane nel 2019 al 40% nel 2025, mentre in termini di valore la quota si è quasi dimezzata.

Il punto, però, non è la scomparsa delle banconote. È ciò che le sostituisce. Oggi due terzi delle transazioni con carta nell’area euro dipendono da circuiti regolati da società non europee, in particolare colossi come Visa e Mastercard. In molti Paesi, questa dipendenza è totale per i pagamenti nei negozi fisici.

Dentro questo squilibrio si inserisce il progetto dell’euro digitale, che non nasce come semplice innovazione tecnologica, ma come risposta politica. A dirlo senza ambiguità è Piero Cipollone, membro del board della banca centrale: la dipendenza da infrastrutture esterne “lascia gli utenti vulnerabili al rischio che gli venga negato l’accesso dall’oggi al domani”. E aggiunge un passaggio che chiarisce la posta in gioco: “Essendo i pagamenti vitali per la vita quotidiana e per l’economia, la semplice minaccia di poter scollegare i sistemi di pagamento potrebbe dare ad altri una leva nei confronti dell’Europa”.

Il bersaglio non è solo il duopolio delle carte, ma un ecosistema più ampio che comprende anche PayPal, Alipay e la crescita delle stablecoin denominate in dollari. In questo scenario, l’Europa si scopre grande mercato, ma infrastruttura fragile.

Non esiste oggi un sistema di pagamento digitale pienamente paneuropeo e governato a livello europeo. Consumatori ed esercenti si muovono dentro regole, prezzi e condizioni sui dati stabilite da pochi attori globali, con margini di scelta limitati. È qui che l’euro digitale assume il suo significato più profondo. “L’introduzione dell’euro digitale è necessaria proprio per rispondere a questa situazione garantendo sovranità monetaria e indipendenza strategica”, insiste Cipollone.

La strategia sui pagamenti pubblicata dalla banca centrale a fine marzo chiarisce l’ambizione: mantenere il ruolo del denaro pubblico, rafforzare l’autonomia europea, costruire un sistema più integrato e sostenere il peso internazionale dell’euro. Non è solo una riforma tecnica, è un tentativo di ridefinire gli equilibri.

Eppure, proprio quando il progetto entra nella sua fase decisiva, si arena. Dopo un percorso relativamente lineare sul piano tecnico, l’euro digitale si è spostato nel terreno più accidentato: quello politico. La proposta della Commissione, presentata nel 2023, si è impantanata tra il Parlamento europeo e il Consiglio, dove siedono i governi nazionali.

Il rallentamento non è dichiarato, ma è evidente. E ha un volto preciso in aula: Fernando Navarrete, relatore per il Partito Popolare Europeo, che ha imposto una linea di forte rallentamento.

Qui il conflitto emerge in tutta la sua chiarezza. Da una parte c’è chi vede nell’euro digitale uno strumento per sottrarre all’esterno il controllo dei pagamenti europei; dall’altra chi teme che questo controllo finisca per concentrarsi troppo nelle mani della Banca Centrale Europea.

La diffidenza del Partito Popolare Europeo riflette una preoccupazione strutturale: se i cittadini potessero detenere euro digitali direttamente presso la banca centrale, le banche commerciali perderebbero una quota dei depositi, e con essa una parte dei loro profitti. Da qui la richiesta di limiti stringenti, che di fatto rallentano il progetto.

Ma c’è un altro aspetto della questione euro digitale, meno esplicito: non tutti nel Parlamento europeo vogliono ridurre le quote di mercato dei circuiti come Visa, Mastercard o Paypal.

Nel frattempo, la banca centrale va avanti su un altro fronte, meno visibile ma altrettanto strategico. Da settembre dovrebbe partire una forma tokenizzata di moneta della banca centrale per le transazioni all’ingrosso, legata al progetto “Pontes”. L’obiettivo, nelle parole di Cipollone, è evitare che anche la finanza basata su blockchain finisca per creare “nuove dipendenze” da attori extra-europei.

Alla fine, la questione dell’euro digitale non riguarda solo il come pagheremo, ma chi controllerà le infrastrutture attraverso cui il denaro si muove. Ed è proprio qui che il progetto si blocca: nel punto in cui sicurezza economica, interessi e politica smettono di essere concetti astratti e iniziano a scontrarsi apertamente.

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