Xiaomi è abituata a entrare nel mercato dell’elettronica con una logica cheiara: prende un prodotto maturo, taglia il prezzo e sistemare il punto debole principale. Nel caso degli smartwatch il punto debole è sempre stato uno solo: la batteria.
Il Watch 5 è un oggetto sobrio, rotondo, senza effetti speciali. Display AMOLED luminoso, costruzione solida, ergonomia corretta. Non vuole stupire, vuole funzionare. E soprattutto vuole durare.
La vera svolta è il software. L’adozione di Wear OS cambia completamente la categoria del prodotto. Non siamo più davanti a una smartband travestita da orologio, ma a un’estensione dello smartphone. Arrivano le app vere, i pagamenti NFC, le notifiche complete, l’assistente vocale. In prospettiva, anche Gemini, cioè l’intelligenza artificiale che trasforma l’orologio in un’interfaccia predittiva più che reattiva. Un piccolo nodo dell’ecosistema Google, sempre acceso sul polso.
Ma il dato che conta è l’autonomia. Nel mondo Wear OS, storicamente, si vive con il caricatore in tasca. Apple Watch resta sulle 18-24 ore, il Pixel Watch poco di più, mentre OnePlus è riuscita a spingersi oltre sacrificando qualcosa sul software. Xiaomi prova a tenere insieme le due cose: sistema completo e batteria lunga. È qui che si gioca la partita industriale. Se davvero regge più giorni con uso reale, non è un miglioramento incrementale. È un cambio di equilibrio.
Sul fronte salute e sport, il Watch 5 fa tutto quello che ci si aspetta oggi: battito cardiaco, ossigenazione, sonno, GPS, decine di attività. Funziona bene, ma non eccelle. Se Apple ha costruito un riferimento quasi clinico e Google si appoggia all’ecosistema Fitbit, Xiaomi resta un passo indietro nella precisione e nell’affidabilità dei dati. È sufficiente per l’utente medio, non per chi misura ogni battito come un dato scientifico.

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