Una piccola burrasca, certamente non l’uragano che in molti avevano pronosticato. L’Istat, nella nuova edizione del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi, ridimensiona i timori sull’impatto dei dazi introdotti dall’amministrazione Trump sul nostro interscambio commerciale e sulla solidità delle imprese più impegnate negli scambi internazionali.

Effetti ancora poco diffusi

L’imposizione dei dazi aggiuntivi, introdotti in varie fasi e poi modulati a partire dall’agosto 2025 con l’accordo tra Stati Uniti e Commissione europea, sembra avere prodotto effetti ancora poco diffusi. Secondo l’Istat, la grande maggioranza delle unità che esportavano negli States non ha registrato variazioni rilevanti nelle quantità e nei prezzi dei beni venduti. L’orientamento strategico sui mercati esteri, per la gran parte delle aziende, non ha subito variazioni significative, sebbene un quarto di esse sia alla ricerca di nuovi mercati, in particolare in Europa. Solo un’impresa su venti, inoltre, intende aprire nuovi stabilimenti produttivi negli Stati Uniti.

Esportazioni verso gli Usa aumentate

Anche sull’andamento delle esportazioni l’effetto sembra essere stato inferiore alle attese. Nel 2025 le esportazioni in valore sono aumentate del 3,3% (e l’import del 3,1 per cento), con incrementi significativi proprio nei confronti degli Usa (+7,2% l’export e +35,9% l’import), mentre Francia, Germania e Spagna hanno registrato diminuzioni. Tuttavia bisogna contestualizzare con attenzione questi dati. Verso gli Usa c’è sicuramente un effetto front loading (cioè l’anticipazione delle spedizioni prima dell’entrata in vigore dei dazi), che ha determinato un aumento tendenziale di quasi il 10% nel periodo gennaio-luglio. E, in generale, il balzo delle nostre esportazioni resta legato a pochi settori – farmaceutica (+28,5%), mezzi di trasporto (+22,2%) e metallurgia (+16,5%) – mentre ben 14 comparti su 22 esaminati sono in contrazione.

Le stime

L’Istat formula poi stime puntuali sui contraccolpi effettivi delle tariffe doganali. A un raddoppio delle aliquote è corrisposta una mancata crescita dell’export nazionale pari al 3,2 per cento. «In altri termini – rileva l’istituto di statistica – sebbene la performance delle vendite italiane all’estero nello scorso anno sia stata complessivamente positiva, la guerra commerciale avviata dall’amministrazione statunitense ha comunque determinato un indebolimento della dinamica delle esportazioni». Ma l’impatto è stato molto diversificato. È stato più evidente in alcuni settori (prodotti minerali e i metalli preziosi/gioielli) e moderato in altri (strumenti di ottica, medici, orologi, musica, legno, sughero, carta, macchine e apparecchi, materiale elettrico) mentre hanno tratto un indiretto beneficio calzature, cappelli, ombrelli; materie plastiche e gomma; grassi e oli vegetali. Le maggiori sofferenze sono state a carico delle imprese che hanno negli States il mercato largamente prevalente (crescita dell’export ridotta di 6,1 punti).

Potenziale vulnerabilità

In linea generale, in un quadro in cui le tensioni internazionali stanno alimentando incertezza e sfiducia tra le imprese (che giudicano in peggioramento le condizioni di accesso al credito), il profilo delle nostre esportazioni denota ancora un’esposizione molto elevata, superiore a quella dei Paesi europei concorrenti, sia nei confronti degli Usa sia nei confronti di tutta l’area extra Ue. Simulando un azzeramento delle esportazioni negli States, il Pil italiano perderebbe l’1,1% (circa 20 miliardi di euro). Nonostante questa potenziale vulnerabilità, come detto, finora l’Italia ha contenuto i danni del protezionismo targato Trump. Problemi più strutturali e di lungo periodo, però, annota l’Istat, potrebbero derivare se nel vortice delle nuove tensioni internazionali, Medio Oriente incluso ovviamente, non riusciremo a sfruttare maggiormente i benefici del mercato Ue e a concretizzare l’accesso a piazze extra Ue più dinamiche e meno critiche (Mercosur e India).

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