L’ultima sfilata della lunghissima stagione è un destination show: un detour italiano, una diversione romana, una incursione nel cuore barocco dell’Urbe. Valentino, la maison che Roma ce l’ha nel dna, e il cui attuale direttore creativo, Alessandro Michele, è profondamente romano – oltre che per origine, per metodo e punto di vista, ovvero per l’afflato meticcio e metastorico che ingloba estetiche ed epoche in un solo, voluttuoso presente – sfila nel salone affrescato di Palazzo Barberini, laddove la solidità razionale dell’architettura si smaterializza in una fremente illusione pittorica che sfonda il soffitto e porta un cielo azzurro con trionfo laddove sarebbe solo pietra.

Il contesto è scelto con un preciso disegno: è veicolo di romanità, ed è elettrificato da una armonia sbilenca tra raziocinio apollineo e deboscio dionisiaco che è la stessa della collezione. Michele riassume il tutto con l’idea dell’interferenza, che è anche il titolo designato della prova. «L’interferenza, in questa maison, sono probabilmente io», spiega a conclusione della sfilata, parlando del continuo dialogo con l’archivio, con il fondatore e con chi lo ha seguito – certe scelte cromatiche, adesso, fanno pensare ad una riconciliazione con il lavoro di Pierpaolo Piccioli per via di Yves Saint-Laurent – e di quanto sia complesso trovare un equilibrio.

Giancarlo Giammetti, a sinistra, applaude Alessandro Michele al termine della sfilata

Fino ad ora Michele ha fatto Alessandro Michele, con tutti i barocchismi e il grand guignol del caso, ma da un paio di stagioni ha preso a sottrarre teatro, a moderare artificio, a far parlare l’archivio con un timbro più nitido. C’è persino un abito rosso. «Le cose difficili possono produrre molta bellezza», aggiunge.

Valentino, moda e arte insieme a Roma

Photogallery14 foto

Questa nuova sfilata va iscritta in questo flusso di pensiero. È un work in progress, con persistenze del passato – l’ossessione per gli anni Ottanta – e aperture al nuovo – i momenti più seducenti e leggeri fanno pensare a Christophe Decarnin e al suo Balmain – mentre rimane l’idea che il discorso moda sia affidato all’assemblaggio, più che al design, al discorso invece che al progetto. Fino a un certo punto, perché l’uso del drappeggio e delle torsioni in alcuni capi maschili di impronta ecclesiastica è barocco nella maniera più sottile e penetrante: alterazione della prospettiva. È da lì che forse potrebbe partire un flusso di interferenze più potenti, più scardinanti, perché ancora si sente l’insistere di una formula.

Condividere.