La crisi nel Golfo e il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz stanno creando un paradosso per l’industria energetica americana: mentre il mercato globale del petrolio entra in una fase di fortissima instabilità, le compagnie petrolifere Usa potrebbero incassare un extra-gettito fino a 63 miliardi di dollari grazie al balzo dei prezzi del greggio. La stima, riportata dal Financial Times, si basa sulle valutazioni di Jefferies (azienda globale di investment banking e mercati dei capitali a servizio completo) e Rystad Energy (società indipendente di ricerca energetica e business intelligence con sede a Oslo).
Il meccanismo è semplice: meno petrolio riesce a uscire dal Golfo, più le quotazioni internazionali salgono. FT segnala che il WTI si è avvicinato ai 100 dollari al barile, dopo un rialzo molto forte dall’inizio della guerra il 28 febbraio 2026, e che i gruppi shale americani sono tra i principali beneficiari perché hanno un’esposizione limitata agli asset mediorientali e quindi subiscono meno interruzioni operative rispetto alle major globali.
Il vantaggio, però, non è uguale per tutti. Le grandi compagnie internazionali come ExxonMobil, Chevron, BP, Shell e TotalEnergies sono più esposte agli effetti collaterali della crisi: impianti chiusi, trasporti marittimi bloccati, esportazioni rallentate e produzione compromessa nell’area del Golfo. In altre parole, l’aumento dei prezzi può gonfiare i ricavi, ma per chi opera direttamente nella regione il conto finale rischia di essere eroso dalle perdite industriali e logistiche.
Il cuore del problema resta Hormuz, passaggio strategico per una quota enorme del petrolio mondiale. FT riferisce che normalmente da lì transitano circa 20 milioni di barili al giorno, mentre Goldman Sachs stima che attualmente siano ostacolati circa 18 milioni di barili quotidiani, oltre a una parte rilevante dei flussi globali di Gnl. È questo shock sull’offerta a spiegare perché il mercato stia premiando i produttori meno vulnerabili sul piano geografico, in particolare quelli nordamericani.









