Storie Web martedì, Marzo 10

C’era una volta uno yen così debole (o forse c’è ancora) da rendere il Giappone il bancomat del mondo. Gli investitori prendevano a prestito yen a costo quasi zero, investivano ovunque (carry trade) – da Wall Street a Francoforte – e incassavano la differenza. Un gioco che dura da anni. Poi, nell’estate del 2024, qualcosa si è incrinato: la Banca del Giappone (BoJ) ha alzato i tassi e in una seduta il Nikkei ha perso il 12 per cento. Un segnale che oggi è probabilmente diventato una direzione: nella seduta della BoJ del 18-19 marzo ci potrebbe essere un nuovo rialzo dei tassi che passerebbero dallo 0,75% all’1 per cento. Il che non farebbe piacere alla premier Sanae Takaichi che l’8 febbraio 2026 ha vinto le elezioni con una maggioranza schiacciante (due terzi della Camera Bassa) per il Partito liberal democratico (Ldp). Non è una vittoria ordinaria: è un mandato per investimenti massicci in tecnologia, semiconduttori e difesa, in un contesto reso più rovente dalla guerra in Iran, che spinge anche Tokyo a riconsiderare la sicurezza delle proprie rotte energetiche.

Tassi più alti, mercati nervosi

Il governatore della BoJ, Kazuo Ueda, ha confermato che nuovi rialzi dei tassi sono sul tavolo. Per un paese che ha vissuto decenni di tassi negativi, è una svolta storica. «Il Governatore Ueda – spiega Christian Zorico, responsabile strategie fixed income di Frame Asset Management – ha già confermato che la BoJ è pronta a innalzare ulteriormente il tasso di riferimento. Un atteggiamento meno espansivo potrebbe in un primo momento creare una fase più volatile per i mercati. È però verosimile che gli investitori globali apprezzino nel lungo termine un maggior rigore. Se le scelte della BoJ dovessero mostrarsi credibili, la banca centrale potrebbe controllare meglio una curva dei rendimenti che attualmente si è fortemente irripidita».

I numeri lo confermano: al 3 marzo 2026, il Jgb decennale rende il 2,13%, il trentennale il 3,33%, il quarantennale il 3,55 per cento. «La dinamica di apprezzamento va monitorata — aggiunge Zorico — non soltanto come campanello di allarme, ma anche in ottica di potenziale investimento».

La fine del carry trade

«Un aumento dei tassi potrebbe incidere sul carry trade – sottolinea Alessandro Vitaloni, senior portfolio manager di Symphonia Sgr -, dinamica già osservata nell’estate del 2024 quando il Nikkei reagì con un calo del 12% in una sola seduta». Zorico precisa: «Il differenziale dei tassi è l’elemento che sta mutando alcune dinamiche di investimento. La forza relativa dello yen nelle ultime sedute è da attribuirsi più a una ricerca di bene rifugio che a movimenti connaturati con la dinamica dei tassi».

Ma c’è un effetto ancora più profondo: il rientro dei capitali. Per anni gli investitori istituzionali giapponesi hanno parcheggiato i propri soldi all’estero, dove erano più alti che nel Sol Levante. «L’investitore giapponese che abbia prediletto per anni investimenti in valuta diversa dallo yen – ricorda Zorico – può decidere di allocare una parte più cospicua del suo portafoglio in valuta locale. I rendimenti particolarmente elevati offerti dalla componente a lungo termine della curva governativa fungono da calamita». Vitaloni concorda: «Il rientro dei capitali in Giappone è uno scenario altamente ipotizzabile e previsto dagli analisti per il 2026».

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