Il Total Cost of Ownership
Nonostante finora molti progetti pilota abbiano fallito, i dati raccolti da iKN non indicano una diminuzione degli investimenti in Ai: «Non bisogna aver paura di fallire perché il fallimento può essere la strada per per migliorare», continua Ghisleri. Inizia a farsi strada più consapevolezza senza che questa si trasformi in disillusione: «Quello che abbiamo visto attraverso la nostra ricerca è la necessità di andare al concreto, smettere di fare delle prove e arrivare a un piano definito per valutare i risultati».
Per questo la ricerca parla di Total Cost of Ownership (Tco) dell’Ai, che include anche i costi della preparazione e gestione dei dati o quelli organizzativi, compresa la ridefinizione dei processi e la riqualificazione dei lavoratori. Ma nel Tco sono incluse anche variabili più difficili da stimare, come i rischi etici e legali oppure quelli geopolitici, sempre più rilevanti, che richiedono valutazioni a lungo termine per evitare il lock-in tecnologico e dipendenze rischiose.
Le piccole e medie imprese
In questo contesto, il peso dell’importanza delle risorse si fa sentire soprattutto per le piccole imprese. Ma le aziende di dimensioni ridotte hanno anche delle caratteristiche che possono trasformarsi in vantaggi strategici nell’era dell’Ai: «Piccole e medie imprese hanno la capacità di riorganizzarsi molto più velocemente che non le grandi aziende», commenta Davide Casaleggio, presidente di Casaleggio Associati. «L’intelligenza artificiale può sviluppare nuovi modelli di business che permettono di aggredire nuovi mercati come magari era impossibile fino a solo pochi mesi prima. In questo le PMI possono avere una marcia in più, semplicemente perché sono più agili».
Lo “shadow AI”
Un’altra questione evidenziata dalla ricerca è il pericolo del cosiddetto “shadow AI”, ovvero l’utilizzo di strumenti di intelligenza artificiale personali da parte dei dipendenti, che può creare dei problemi soprattutto per la sicurezza e l’integrità dei dati. «Per evitare questo, il primo punto è la formazione – commenta Casaleggio – le persone devono sapere qual è il problema di inserire un piano industriale riservato dentro ChatGPT per una traduzione». Non serve necessariamente essere dotati di strumenti proprietari, non tutte le aziende possono permetterselo, ma occorre essere molto chiari su come si possono usare i tool Ai, in quali contesti e per quale scopo.
Dallo studio emerge che la sfida è prima di tutto culturale. Spesso manca una reale comprensione di rischi e opportunità e la tendenza è quella di puntare l’attenzione solo sugli aspetti più evidenti di questa tecnologia. «Il problema principale è non governare il tempo – conclude Casaleggio – confondere la velocità con la fretta e l’attesa con la paralisi».











