Per stanare i furbetti del greenwashing non sono sufficienti i dati tradizionali forniti dai provider o i rendiconti di sostenibilità. È necessaria la stampa. A rivalutare il ruolo dei giornali è stata Banca d’Italia in un recente studio sul greenwashing a firma di Simone Di Paolo, Danilo Liberati e Lorenzo Rubeo.
Le conseguenze sui tassi
Nel documento dal titolo “(Green)washing the trust: climate information and banking policies” viene evidenziato che il greenwashing «è una questione sempre più rilevante in ambito finanziario». Individuare però le imprese che praticano greenwashing «non è un compito semplice, data la difficoltà di valutare il reale profilo ambientale delle aziende, soprattutto quando ci si affida a fonti di dati tradizionali che generalmente trascurano le strategie di comunicazione e la percezione pubblica». Le conseguenze non sono da poco. Gli analisti di Bankitalia hanno analizzato 1.570 società ma nel documento non viene specificato se le aziende siano o meno quotate; nel report si legge che «utilizzando dati granulari sul credito provenienti dal sistema bancario dell’area dell’euro, mostriamo che nel periodo 2019–2023 le imprese che praticano greenwashing — inizialmente individuate combinando informazioni sulle emissioni di carbonio con una valutazione dell’affidabilità della loro rendicontazione — sono riuscite a ottenere finanziamenti a tassi di interesse inferiori rispetto ad altre aziende».
Chi fa greenwashing riesce dunque a ingannare le banche finanziatrici in epoca di vacche grasse. Cosa accade invece in caso di shock monetario? Le banche affinano i criteri di analisi prima di aprire i borsoni. «Troviamo evidenza – viene spiegato nel report – di una riduzione dei benefici in termini di prezzo precedentemente goduti dalle imprese che praticano greenwashing».
Il ruolo della stampa
La crisi finanziaria fa dunque emergere il problema. Non si può attendere però ogni volta uno shock monetario per identificare chi inganna sui dati ambientali.
Ecco allora la necessità di fare affidamento, viene spiegato dagli esperti dell’authority, sull’analisi testuale. In sostanza vanno incrociati i dati forniti dai siti web delle aziende con le notizie che, su quella determinata impresa, emergono dai giornali. E parliamo specificamente di stampa visto che nello studio di Bankitalia si fa riferimento alle quattro principali testate italiane (Sole 24 Ore, Corriere della Sera, Repubblica, Stampa): tale ulteriore approfondimento infatti è stato realizzato soltanto su 86 aziende italiane. «Questo esercizio (in riferimento all’analisi testuale ndr) evidenzia il valore aggiunto delle informazioni testuali nell’individuare possibili disallineamenti tra l’autorappresentazione aziendale e le valutazioni esterne, che possono segnalare strategie comunicative sospette – si legge nelle conclusioni della ricerca –. Più in generale, l’inclusione dell’analisi testuale rafforza la capacità di identificare casi in cui la narrazione di sostenibilità delle imprese diverge dalla rendicontazione indipendente, offrendo uno strumento complementare quando le fonti di dati tradizionali sono incomplete, costose o difficilmente accessibili».









