Auto Best Take combina più foto per trovare l’espressione migliore in uno scatto di gruppo. Add Me inserisce il fotografo nell’immagine finale. La foto non è più un istante. È una sintesi algoritmica di più istanti. La fotografia diventa collaborazione uomo-macchina. Tu premi il tasto. L’AI orchestra.
Poi c’è l’editing. Ormai è metà dell’esperienza. Con Google Foto puoi modificare un’immagine descrivendo ciò che vuoi ottenere. Rimuovere un oggetto. Cambiare uno sfondo. Sistemare un dettaglio. Con la voce o con un prompt. Il telefono diventa una piccola sala di post-produzione. In tasca.
Tutto gira su Tensor G4, il chip proprietario progettato per macinare modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo. On-device è la parola chiave. Significa velocità. Significa meno latenza. Significa che molte elaborazioni restano nel perimetro del telefono. Privacy come sottoprodotto dell’efficienza.
La strategia è chiara. Google non compete sul lusso dei materiali o sulla potenza bruta dei flagship da mille euro. Compete sull’esperienza fotografica intelligente. Sulla qualità percepita delle immagini che finiscono sui social, nelle chat, nei backup cloud.
Oggi la memoria delle persone è quasi interamente mediata dallo smartphone. Investire sulla fotocamera significa investire sull’identità digitale degli utenti. Sulle loro storie. Sui loro ricordi.












