
La grande faglia che già divide la Sanità italiana in due – tra Nord e Sud – potrebbe allargarsi ancora di più per “colpa” del Pnrr. Tra meno di sei mesi – il prossimo 30 giugno – arriveranno al traguardo fissato dall’Europa per gli investimenti del Pnrr le nuove strutture della Sanità territoriale Case e ospedali di comunità – e il rischio concreto è che un terzo del Paese, il Meridione, si trovi di nuovo pesantemente indietro.
A dirlo sono gli ultimissimi dati del monitoraggio Agenas che il Sole 24 Ore è in grado di anticipare e che risalgono al 31 dicembre scorso. Dati che fotografano questa ennesima spaccatura del Paese visto che il Nord si trova al momento con circa cinque volte di più le strutture del Sud e il rischio è che la situazione non cambi neanche questa estate quando si tirerà la linea di questi investimenti che valgono in tutto 3 miliardi. I numeri sono impietosi e parlano da soli: su di un totale di 781 Case di comunità aperte in tutto il Paese con almeno un servizio attivo- i maxi ambulatori che sette giorni su sette che dovrebbero garantire le prime cure sul territorio alleggerendo il lavoro dei pronto soccorso – il Nord può contarne 454 aperte contro le sole 101 operative al Sud e le 226 del Centro (che riguardano però solo quattro Regioni: Marche, Lazio, Toscana e Umbria). Va peggio per quanto riguarda i nuovi Ospedali di comunità, le strutture a trazione soprattutto infermieristica che dovrebbero assistere i pazienti cronici che hanno bisogno di cure e assistenza ma senza ricorrere all’ospedale tradizionale. Qui la situazione sul divario Nord Sud è ancora più allarmante: su 163 Ospedali di comunità aperti in tutta Italia al Nord ce ne sono 112 contro i soli 23 del Sud e i 28 del Centro Italia. In pratica su 944 strutture complessive, 566 sono al Nord e 124 al Meridione, una debacle perché quello che dicono un po’ sottovoce i tecnici è che se l’Italia raggiungerà il target minimo previsto dall’Europa per queste strutture – 1038 Case di comunità e 307 ospedali di comunità da attivare entro la prossima estate – sarà grazie alle attivazioni fatte nel Centro Nord Italia.
Certo ci sono sempre i tempi supplementari perché secondo la programmazione nazionale le Case da comunità che devono essere aperte sono 1715, mentre l’obiettivo finale per gli Ospedali di comunità oltre giugno 2026 è di ben 594 strutture. Ma quale sarà il destino finale di questi cantieri? Il rischio è che si trascinino per anni lasciando quindi a lungo un pezzo di Paese senza i nuovi servizi della Sanità territoriale. Al momento a guidare la classifica delle aperture per le Case di comunità ci sono la Lombardia con 150 strutture, l’Emilia con 143, il Lazio con 96 e la Toscana con 79, in coda invece Bolzano e Basilicata con zero aperture, solo due in Abruzzo, Molise e Calabria e poi 3 in Puglia. Per gli ospedali di comunità le attivazioni sono ancora poche in tutta Italia ma tra le performance migliori si segnalano il Veneto con ben 73 strutture, la Lombardia con 30, l’Emilia con 24 e la Toscana con 17.
I numeri delle aperture non dicono però tutto. Perché come già accaduto per gli altri report pubblicati da Agenas quello che emerge con chiarezza e che queste nuove strutture rischiano di aprire con pochi servizi a disposizione. In particolare nelle Case di comunità i cittadini dovrebbero trovare una «presenza medica» 24 ore al giorno sette giorni su sette (almeno in quelle Huib), insieme agli infermieri (12 ore al giorno per 7 giorni). Con loro anche specialisti come lo psicologo, il logopedista, il fisioterapista, il dietista, il tecnico della riabilitazione e l’assistente sociale, ma quando necessario anche il cardiologo o lo pneumologo. Oltre alle visite mediche le Case di comunità dovrebbero anche garantire primi esami diagnostici come un Ecg o una spirometria e la prevenzione come le vaccinazioni. Ma la realtà al momento è molto diversa perché al 31 dicembre scorso solo 66 Case di comunità avevano tutti i servizi obbligatori previsti che salgono a 219 se si contano quelle con i servizi attivi con l’eccezione della presenza medica e infermierisica. Una assenza mica da poco.












