
Dopo il percorso avviato nelle precedenti edizioni e l’esperienza significativa maturata nell’istituto penitenziario di Rebibbia, a Roma, i Giochi della Speranza giungono alla terza edizione, facendo tappa per la prima volta alla Casa di Reclusione di Milano Bollate.
Sabato 28 febbraio il carcere si trasformerà simbolicamente in un grande campo di gara, confermando la vocazione dell’iniziativa: utilizzare lo sport come linguaggio universale capace di abbattere barriere, pregiudizi e distanze.
La “piccola olimpiade in carcere”, manifestazione promossa dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, dalla rete di magistrati Sport e Legalità e dal Gruppo Sportivo Fiamme Azzurre, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale della Santa Sede, è stata presentata questa mattina nella sede di “Casa Italia” di Milano Cortina, presso la Triennale di Milano.
“Portare la speranza in carcere significa offrire alle persone detenute la possibilità di respirare un’aria di normalità – le parole di Daniele Pasquini, presidente Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport -, interrompendo schemi, ritmi e abitudini che spesso rendono la quotidianità detentiva monotona, ripetitiva e povera di significato”.
Inserita nel clima e nei valori dei Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026, questa edizione milanese, organizzata in collaborazione con il CSI Milano, assume un significato ancora più forte. Lo sport diventa terreno comune su cui persone con ruoli diversi possono riconoscersi parte della stessa comunità: nella giornata di sabato 28 febbraio, infatti, scenderanno in campo quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie o divisioni di sorta, unite dallo stesso spirito.
“In un momento in cui la città di Milano è attraversata da questo meraviglioso vento olimpico – spiega Massimo Achini, presidente CSI Milano -, mi emoziona profondamente l’idea che questa atmosfera, con i valori dei giochi, possa scavalcare muri che normalmente sono invalicabili, per raggiungere luoghi dove non soffierebbe mai, come all’interno di una casa di reclusione”.
“Non abbiamo alternative – ha ribadito nel corso del suo intervento il giudice e coordinatore della Rete Magistrati Sport e Legalità, Fabrizio Basei -, o pensiamo al carcere come un luogo dimenticato, distante dalla società, o lo immaginiamo come luogo dove espiare la pena ma, allo stesso tempo, dove iniziare un percorso nuovo, di reinserimento sociale e di speranza. Ecco, questo è il significato profondo di questi Giochi: dare speranza».











