
«Il sistema italiano di contrasto allo spreco alimentare, basato esclusivamente sul volontariato gratuito permanente, è ormai prossimo al collasso ed è incapace di gestire volumi di eccedenze che, se opportunamente valorizzati, potrebbero trasformarsi da costo ambientale e sociale in leva di sviluppo economico e occupazionale»: a dirlo è Diego Ciarloni, presidente dell’associazione di volontariato marchigiana Foodbusters, che, in occasione della Giornata nazionale della lotta allo spreco alimentare, ha realizzato un’analisi lucida sulle criticità di questo settore in Italia e degli interventi necessari per un cambio di paradigma.
Il report sottolinea la necessità di costruire un modello di welfare sistemico, strutturato e circolare per il contrasto allo spreco alimentare, in modo che l’Italia diminuisca il cibo gettato – oltre 5 milioni di tonnellate nel 2025, stima Waste Watcher, per un controvalore di 13,5 miliardi di euro, ancora moltissimo seppur il 10% in meno dello scorso anno – arrivando realmente a dimezzarlo entro il 2030, come previsto dalla Ue.
«Occorre una riforma dei modelli di recupero che sia sostenuta da strumenti fiscali dedicati e che includa la professionalizzazione degli operatori e il superamento del precariato logistico delle organizzazioni di volontariato, passando dal concetto di favore marginale a quello di lavoro sociale professionale -spiega Ciarloni – Il recupero delle eccedenze deve evolvere in un sistema di protezione sociale e ambientale, dove la fiscalità premiante, la professionalizzazione del personale e la disponibilità di infrastrutture logistiche pubbliche collaborino per creare una reale economia circolare del cibo».
Il report di Foodbuster individua i problemi e propone delle soluzioni, anche a partire dalla quasi decennale esperienza di quest’associazione, che continua ad affidarsi all’impegno dei volontari e a scontrarsi con barriere burocratiche e logistiche. Infatti, benché la legge Gadda promuova il recupero attraverso incentivi fiscali e semplificazioni burocratiche, la sua efficacia è spesso vanificata a livello locale dalla mancanza di visione strategica dei Comuni, che considerano le associazioni dei semplici beneficiari di sussidi occasionali anziché dei partner operativi e che applicano ancora in modo disomogeneo le possibilità offerte dalla legge, come la riduzione della Tari in funzione della quantità cibo donato e debitamente certificato. Tra le proposte del report c’è anche l’introduzione dell’obbligo per i Comuni con più di 30mila abitanti di mettere a disposizione sedi operative stabili per le organizzazioni di volontariato specializzate nel recupero alimentare e l’estensione di bonus agli enti del terzo settore che gestiscono il recupero.
Un altro fronte in cui occorre cambiare approccio è la ristorazione scolastica. «Sebbene noi e altre realtà siamo regolarmente invitate a parlare di spreco alimentare nelle classi, raramente questi incontri si trasformano in attivazioni operative», afferma Ciarloni. Infatti l’implementazione strutturale del recupero delle eccedenze nelle mense rimane un’eccezione. Studi condotti nell’ambito del progetto Reduce evidenziano che quasi il 30% del cibo preparato nelle scuole italiane non viene consumato: il 17% viene lasciato nei piatti, mentre il 13% è cibo intatto che viene gettato nei rifiuti organici invece di essere recuperato per fini sociali.












