Dress up è il modo inglese per definire l’abbigliarsi con cura per le occasioni che contano. Quell’up non sembra solo indicare situazioni alte, ma anche una postura eretta, composta, e per questo suona meglio di mettersi in ghingheri, che fa invece frivolo, in un modo sciocco – la frivolezza in sé è cosa buona e giusta. Il quarto giorno di sfilate parigine si apre in dress up, dentro un garage arredato per suggerire l’atmosfera di un jazz club, con gli elegantoni di Junya Watanabe: alcuni in tuba e frac, altri in cappotto cammello, altri ancora con uniformi marinare trasformate in cappotti sartoriali, o con i blazer striminziti ricoperti di toppe. È una visione conservatrice solo in apparenza. La sigla di Watanabe, reiterata in modo sempre identico collezione dopo collezione, sta proprio nella rilettura dei classici, sottoposti a sconvolgimenti millimetrici, a traslazioni sottili, fino a diventare, se non sediziosi, di certo inattesi. Il coreano Juun J apre con una serie di look black tie dalla sofisticatezza lustra e notturna, per poi tornare agli ibridi e all’oversize drammatico di sempre. La collezione è ineccepibile, ma l’estetica rimane bloccata in una formula che appare sempre meno au courant e che a questo punto sarebbe il caso di rinnovare.
Solitamente incline ad un certo laissez-faire, sempre pronto a deragliare nelle più improbabili direzioni, Miharayasuhiro apre in dress up bancario – finti doppiopetto morbidi in sfumature di grigio – e chiude con i pantaloni sbracati, i giubbotti abbondanti e gli innesti che sono il suo pane quotidiano. Convinto che nel buio del tempo presente la conoscenza sia importante, Pierre Maheo sceglie L’Ecole Duperré, nota scuola d’arte parigina, pubblica, per la sfilata di Officine Generale. La collezione, peró, non ha nulla di scolastico o preppy, ma è una iterazione elevata dell’essenzialismo di Maheo: una ricetta fatta di volumi liquidi, bei tessuti, attenzione maniacale per i dettagli che tutto cambiano. La formula funziona, e i successi crescenti lo confernano Da Willy Chavarria la grandezza spropositata dello spettacolo – il set di una love story criminale, filmata in presa diretta con un cast che di modelli, attori e cantanti che include Mahmood – distrae dalla pochezza dei vestiti – suit gessati e workwear da street gang messicana – mentre evidenzia quanto sia rischioso diventare in breve il pupillo dei media; le priorità saltano, e far parlare di sè ad ogni costo diventa più importante che produrre qualcosa di rilevante. Da Namacheko, Dilan Lurr immagina un dialogo tra generazioni che è punkeggiante invece che romantico. Gli abiti di genitori e nonni, o meglio le forme e i materiali che li evocano, vengono fatti a fette, assemblati, lustrati, borchiati con furia gentile e gusto grafico.
In forma smagliante, in fine, Rei Kawakubo, da Comme des Garçons, esorta ad uscire dal buco nero e spara fuori una collezione caliginosa nella quale le belligeranze maschili – caschi da hockey, tailoring da tycoon – sono contraddette, distorte, annullate da morbidezze ed esuberanze femminili – una teoria di abiti da educanda o scolaretta, infiorescenze couture, volumi scultorei. È un gioco di contrasti tipicamente Comme, con la differenza che dopo anni un po’ amari, Kawakubo opta per un tono lirico, ineffabile e secco che arriva al punto con innegabile leggerezza, e con una precisione di intento che nella moda oggi manca.





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