
Dal nostro corrispondente
NEW DELHI – Come minimo, ci vorrà del tempo prima che la Corea del Sud inizi a investire negli Stati Uniti i 350 miliardi di dollari promessi lo scorso novembre all’amministrazione Trump in cambio di una riduzione al 15% dei dazi sulle proprie esportazioni. Seul non sembra, almeno per il momento, intenzionata a fare marcia indietro rispetto all’onerosissimo impegno preso per mettere fine a un negoziato commerciale condotto con toni estorsivi. Ma in un’intervista concessa all’agenzia Reuters, il ministro delle Finanze Koo Yun-cheol ha detto senza troppi giri di parole che è «improbabile» che ci siano investimenti nella prima metà dell’anno.
Riferendosi a una clausola dell’accordo in base alla quale la Corea del Sud avrebbe investito un massimo di 20 miliardi di dollari all’anno, Koo ha spiegato che «anche se, per esempio, venisse selezionato il progetto di un impianto nucleare, dovrebbero essere seguite delle procedure per l’individuazione del luogo, la progettazione dell’impianto e la sua costruzione, quindi i flussi di cassa iniziali sarebbero molto più piccoli» del tetto stabilito con i negoziatori del presidente Usa.
Una formula che dietro una spiegazione tecnica nasconde una criticità e una speranza. La prima ha a che fare con il recente, precipitoso deprezzamento del won che da inizio anno ha già perso più del 2% contro il dollaro e durante la seduta di ieri è sceso al livello più basso da 16 anni, prima di ritracciare.
Oggi 16 gennaio Koo ha dichiarato che con questi tassi di cambio «non si possono fare grandi investimenti, almeno per quest’anno», aggiungendo che le autorità sudcoreane non hanno intenzione di eccedere negli interventi regolatori per frenare il declino della valuta.









