Storie Web venerdì, Gennaio 16
Vongole in Adriatico a rischio per la “noce di mare”. Simile alla medusa, può essere riutilizzata nella cosmetica

La recente crisi della pesca ai molluschi in Alto Adriatico con 700 partite Iva cessate in pochi mesi e un giro d’affari legato alla pesca alle vongole crollato da 120 a 13 milioni hanno portato alla ribalta, oltre al granchio blu un’altra specie marina alloctona particolarmente dannosa per l’ecosistema marino: la “noce di mare”.

Si tratta una specie molto simile alla medusa anche se di minori dimensioni, spesso trasparente, che non è dannosa per l’uomo perché non ha né spine né tentacoli urticanti ma è estremamente vorace di plancton e di larve di pesci e di molluschi. Il plancton è alla base della catena alimentare e la sua assenza in un bacino può portare all’azzeramento di intere specie marine.

I primi avvistamenti in Mar Nero

«Per la prima volta è stata individuata nel Mar Nero a cavallo degli anni ’80 e ’90 – spiega il responsabile dell’associazione generale delle cooperative italiane (Agci) Pesca del Friuli Venezia Giulia, Michele Doz -. Approdate nel Mar Nero provenienti probabilmente dall’Asia o dall’America Latina sono state sversate in mare con i lavaggi delle cisterne delle navi. E una volta in mare si sono riprodotte con grande velocità fino ad arrivare in pochi anni ad azzerare alici e pesce azzurro nel Mar Nero. E adesso sono giunte fino da noi nell’Alto Adriatico».

I danni all’ecosistema marino

La noce di mare è un ermafrodita che mangia fino a 10 volte il proprio peso corporeo e in quanto ermafrodita si riproduce in autonomia e con grande velocità. «Creano danni all’ecosistema marino e alla pesca in due modi – spiega ancora Doz -. Da un lato nutrendosi di plancton oltre che di larve di pesce azzurro e di molluschi sono un competitore aggressivo di queste specie e ne provocano l’azzeramento. E, a catena, danneggiano anche altre specie come sgombri e tonni che si nutrono di pesce azzurro».

I danni per i pescatori

Ma, soprattutto, le noci di mare creano un grave danno alla pesca. «Perché – prosegue il responsabile della cooperazione – riproducendosi in centinaia di migliaia finiscono per produrre una distesa gelatinosa che resta impigliata nelle reti e le rende inutilizzabili. Le reti si appesantiscono per effetto di questo materiale gelatinoso e si adagiano sul fondo del mare senza riuscire più a lavorare, a pescare».

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