Storie Web martedì, Gennaio 13
Al via Pitti Uomo, bussola per la moda del 2026

Tradizionalmente le fiere d’inizio anno sono sempre state quelle che danno il polso del mercato, misurano gli umori degli operatori, indicano i segnali di ripresa o di stagnazione. Da qualche tempo questa missione è diventata più complicata, almeno per l’industria della moda che, dalla seconda metà del 2023, ha cominciato ad accusare rallentamenti e frenate, legati a vari fattori tra i quali spiccano le crisi internazionali e il cambiamento delle abitudini di consumo.

La difficoltà nel prevedere il mercato vale anche per il Pitti Uomo, il più importante salone al mondo della moda maschile che si apre oggi (fino a venerdì 16) alla Fortezza da Basso di Firenze con 750 marchi che presentano le collezioni per l’autunno-inverno 2026-2027, per il 47% esteri.

«Siamo in una fase di indubbia trasformazione» dice Raffaello Napoleone, amministratore delegato della società organizzatrice Pitti Immagine, sottolineando però che, proprio per questo, venire a Firenze serve a cogliere «opportunità concrete» che nascono dal lavoro di intreccio tra domanda e offerta fatto dal team del salone attraverso ricerche, viaggi e connessioni. La presenza di compratori qualificati è ormai considerata più importante dei numeri sulle presenze.

Al momento il 2026 s’annuncia un anno caratterizzato da instabilità sui mercati internazionali e debolezza dei consumi interni, come quello appena concluso che ha segnato un rallentamento per il settore moda italiano. In particolare l’industria della moda maschile (confezione, maglieria, camicie, cravatte, abbigliamento in pelle) nel 2025 ha visto un calo di fatturato del 2,1% rispetto al 2024, posizionandosi sotto 11,2 miliardi di euro (stime Confindustria Moda per Pitti Uomo).

La flessione ha interessato sia l’export che il mercato interno. Le esportazioni, che nella moda uomo assorbono il 77% dei ricavi, hanno segnato -2%, trainate verso il basso dalla Germania (-3,5% nei primi nove mesi del 2025) e, soprattutto, dalla Cina (-16,7% nei primi nove mesi), che resta il quarto Paese di sbocco dopo Francia, Germania e Stati Uniti. Gli Usa rappresentano la vera sorpresa, perché hanno continuato a comprare moda maschile italiana (+4% in valore nei primi nove mesi) nonostante l’entrata in vigore dei dazi decisi dal presidente Trump che, finora, hanno avuto meno contraccolpi del previsto. Sul fronte dei prodotti, l’unico in crescita sui mercati esteri è risultato l’abbigliamento in pelle (+8,4%).

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