
Nel lessico del cinema italiano c’era una parola che suonava come una promessa: “splafonamento”. Tradotto: niente tetti. Se un progetto risultava idoneo, il credito d’imposta arrivava anche quando le richieste superavano la dote prevista. Ora la legge di bilancio cambia sceneggiatura: fine dello “splafonamento” e ritorno a un limite di spesa invalicabile per i crediti d’imposta destinati alla produzione. E la certificazione del nuovo copione arriverà oggi con il voto finale dell’Aula di Montecitorio, dopo che il Governo nella serata di ieri ha incassato un nuovo voto di fiducia sul testo licenziato alla vigilia di Natale dal Senato.
Il balletto dei dati
Ma torniamo al tax credit. Dal 2021 a settembre 2025 i crediti autorizzati per la produzione hanno superato di circa 1,8 miliardi le risorse previste nei bilanci, che nello stesso periodo ammontavano a 1,72 miliardi. E i dati 2025 ancora non sono definitivi ed escludono ultima parte dell’anno in cui, vedremo se confermata dai numeri, sembra essersi scatenata la corsa alle domande. Il problema era stato segnalato a suo tempo anche dal direttore della direzione generale Cinema e Audiovisivo del Mic, Nicola Borrelli, che durante la mostra di Venezia del 2024, nel corso di un convegno, aveva messo in guardia sul tema. Che poi, puntualmente, è arrivato a deflagrare. Il ritorno al tetto di spesa – già applicato in passato e tuttora in vigore per altri comparti come distribuzione, esercizio e industrie tecniche – risponde, nella visione del Mef, a questa asimmetria.La novità non è solo il limite, ma il metodo. I decreti attuativi dovranno ridefinire le procedure per garantire che la spesa non sfori gli stanziamenti. Tradotto: tempi, graduatorie e priorità diventeranno decisivi. Ma dall’altra parte si tratta di una variabile che introduce incertezza finanziaria per le produzioni, soprattutto per quelle indipendenti, che sul credito d’imposta costruiscono l’equilibrio dei budget.Parallelamente cambia la cornice delle risorse.
Le risorse dal 2026
Il Fondo per il cinema e l’audiovisivo viene fissato a un minimo di 610 milioni nel 2026 e a 500 milioni annui dal 2027. È un ridimensionamento strutturale che riduce il margine di espansione e impone una selezione più stringente dei progetti. A rafforzare il controllo arriva il monitoraggio trimestrale del ministero della Cultura, con flussi informativi verso il ministero dell’Economia e delle Finanze per verificare l’andamento dei crediti e preservare la stabilità dei conti pubblici.Il settore, dal canto suo, ha segnalato i rischi lanciando subito, e rumorosamente, l’allarme: se il plafond si esaurisce prima di soddisfare tutte le domande, alcune produzioni potrebbero fermarsi o rinviare, con effetti sull’occupazione e sull’attrattività internazionale del Paese. La concorrenza, in Europa, resta agguerrita e spesso più semplice sul piano amministrativo. Il risultato però non è cambiato.La manovra interviene anche sul lavoro. Per l’indennità di discontinuità degli attori cambiano i requisiti: almeno quindici giornate lavorate nell’anno precedente o trenta nel biennio.
Il bonus cultura
Dal 2027 debutta il Bonus Valore Cultura, un credito elettronico per i giovani diplomati destinato a consumi culturali, dai biglietti cinematografici ai prodotti dell’editoria audiovisiva. Un incentivo alla domanda, più che all’offerta. C’è infine una correzione che il settore considera molto importante: durante l’esame in Commissione bilancio è stata soppressa la norma che avrebbe limitato la compensazione dei crediti d’imposta con contributi Inps e premi Inail. Sarebbe stato un colpo secco alla liquidità delle imprese.Il cinema entra così in una fase nuova, meno espansiva e più vigilata. Il punto, ora, è capire se il sistema riuscirà a reggere l’equilibrio tra controllo della spesa e vitalità creativa.











