Storie Web venerdì, Gennaio 2
Octave Klaba ( OVHcloud): solo un’azione politica può rompere la schiavitù digitale

I modi poco ortodossi dell’amministrazione Trump hanno svegliato una parte della politica europea con l’equivalente di un ceffone ben assestato. Nonostante fosse noto da tempo il cronico ritardo in tema tecnologico del Vecchio Continente, c’è voluta una robusta iniezione di dazi e il taglio di qualche servizio cloud essenziale “al momento giusto” per far comprendere a chi avrebbe dovuto dare ascolto da tempo agli allarmi che risuonavano in molti settori che è estremamente pericoloso, dannoso e poco saggio continuare a ignorare lo sviluppo hi-tech. Al momento, la stragrande maggioranza del software strategico per le aziende (grandi o piccole che siano) è in mano a colossi extra-europei, per lo più americani. Per quello che riguarda le infrastrutture IT, la situazione non è migliore: secondo uno studio condotto da Synergy Research Group, a metà del 2025 i tre colossi americani AWS, Microsoft e Google Cloud detenevano il 70% circa del mercato cloud europeo, con i provider locali fermi al 15% totale da circa 4 anni (arrestando un pericoloso trend che li vedeva in picchiata dal 29% del 2017). E senza cloud, le grandi aziende si fermano, con tutte le conseguenze del caso. Ma perché siamo così in ritardo? E c’è una soluzione alla situazione attuale?I modi poco ortodossi dell’amministrazione Trump hanno svegliato una parte della politica europea con l’equivalente di un ceffone ben assestato. Nonostante fosse noto da tempo il cronico ritardo in tema tecnologico del Vecchio Continente, c’è voluta una robusta iniezione di dazi e il taglio di qualche servizio cloud essenziale “al momento giusto” per far comprendere a chi avrebbe dovuto dare ascolto da tempo agli allarmi che risuonavano in molti settori che è estremamente pericoloso, dannoso e poco saggio continuare a ignorare lo sviluppo hi-tech. Al momento, la stragrande maggioranza del software strategico per le aziende (grandi o piccole che siano) è in mano a colossi extra-europei, per lo più americani. Per quello che riguarda le infrastrutture IT, la situazione non è migliore: secondo uno studio condotto da Synergy Research Group, a metà del 2025 i tre colossi americani AWS, Microsoft e Google Cloud detenevano il 70% circa del mercato cloud europeo, con i provider locali fermi al 15% totale da circa 4 anni (arrestando un pericoloso trend che li vedeva in picchiata dal 29% del 2017). E senza cloud, le grandi aziende si fermano, con tutte le conseguenze del caso. Ma perché siamo così in ritardo? E c’è una soluzione alla situazione attuale?

Ne abbiamo parlato con Octave Klaba, fondatore e CEO di OVHcloud (il provider cloud più grande d’Europa) che ha delineato una visione articolata e spesso controcorrente sul futuro della sovranità digitale europea. Il tema, come abbiamo detto, è diventato centrale nel dibattito pubblico, soprattutto mentre la competizione globale sul controllo dei dati, sull’infrastruttura cloud e sull’intelligenza artificiale si intensifica. Tuttavia, nelle parole di Klaba emerge una consapevolezza tanto pragmatica quanto disillusa: “l’Europa dispone dei talenti, delle imprese e delle competenze necessarie per costruire autonomia tecnologica, ma fatica a tradurre questa potenzialità in una strategia industriale concreta.” E il motivo, sostiene il CEO, è innanzitutto politico.

Un’Europa che crea tecnologia, ma non il mercato

Klaba parte da un dato di fatto: le aziende europee sono perfettamente capaci di costruire infrastrutture cloud, soluzioni digitali avanzate e piattaforme che competono sul piano tecnico con i giganti americani e cinesi. OVHcloud possiede diversi data center di proprietà e tecnologie sviluppate internamente. L’ecosistema industriale esiste, così come la capacità di innovare e anche una certa lungimiranza in molte realtà che le porta a creare datacenter che dovranno soddisfare i bisogni delle aziende nei prossimi cinque/dieci anni. Quel che manca, secondo il CEO, è la capacità politica di sostenere con forza un’infrastruttura digitale autonoma. La tecnologia, da sola, non basta: la leadership nella gestione dei dati è ormai una questione di geopolitica e di potere economico. Le regole che determinano chi può operare in un mercato, come vengono trattati i dati dei cittadini e quali requisiti devono rispettare i fornitori di servizi digitali non sono scelte tecniche: sono scelte politiche. E mentre Stati Uniti e Cina difendono attivamente i propri campioni nazionali, incorporando le tecnologie strategiche nella loro politica industriale, l’Europa tende ad assumere un approccio molto più frammentato. L’Ue produce normative complesse e spesso ambiziose, ma senza una visione di lungo periodo su come sostenere i propri operatori. In altre parole, chiede alle aziende europee di creare delle tecnologie che, però, vengono poi immesse sul mercato a competere con i colossi, senza alcun supporto. Eppure, la politica ha un ruolo decisivo nel disegnare un mercato in cui gli attori locali possano competere davvero. La politica, secondo Klaba, dovrebbe definire regole che promuovano l’interoperabilità, favoriscano la trasparenza, tutelino i dati dei cittadini e, soprattutto, impediscano che il dominio di pochi colossi esteri soffochi la concorrenza. Non stiamo parlando di protezionismo, ma di equilibrio. Secondo lui, l’Europa deve smettere di essere solo un mercato, ma deve trasformarsi in un soggetto capace di decidere quali tecnologie sono strategiche e quali rischi sistemici comportano le dipendenze dall’estero.

La strategia che l’Europa dovrebbe seguire

Nella visione del CEO di OVHcloud, una vera strategia di sovranità digitale deve poggiare su tre pilastri. Il primo è la costruzione di un’infrastruttura europea aperta, fondata su standard trasparenti e interoperabili. OVHcloud, con la scelta programmatica dell’open source, rappresenta un modello alternativo rispetto ai sistemi chiusi dei grandi hyperscaler. Per Klaba, apertura significa controllo, verificabilità e possibilità di far evolvere le tecnologie senza dipendere da un’unica entità.

Il secondo è lo sviluppo di un ecosistema competitivo, che coinvolga grandi imprese, startup e centri di ricerca. L’Europa deve sostenere con continuità gli attori che producono innovazione locale, non solo mediante incentivi economici ma anche con norme che evitino concentrazioni di potere tecnologico. Per il CEO, l’errore più grave sarebbe quello di lasciare che la partita si giochi esclusivamente su scala globale, con regole definite da altri.

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