
Altri reperti archeologici trafugati dall’Italia anni addietro tornano nel Museo archeologico nazionale di Taranto (MarTa in sigla) grazie alle indagini dei Carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Artistico. Ad aprile 2023 è toccato al gruppo scultoreo in terracotta di “Orfeo e le sirene”. Trafugato negli anni ‘70 con uno scavo clandestino dall’area di Taranto, che nell’antichità fu capitale della Magna Grecia, era finito prima in Svizzera e poi a Los Angeles, al Paul Getty Museum. E ora dal 16 dicembre al MarTa é esposta una collezione ulteriore di 19 lotti, che fanno parte di un patrimonio di circa 60, proveniente dal Metropolitan Museum di New York dove erano approdati con un giro illegale. I reperti esposti a Taranto sono nella mostra “Memorie Trafugate” e sono tornati grazie all’azione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale e della Procura della Repubblica di Roma. A sua volta, il ministero della Cultura ha sviluppato tutta una diplomazia culturale sia con il Met di New York che con l’amministrazione americana. I reperti fanno parte di una serie di oggetti antichi confluiti nella società inglese in liquidazione Symes Ltd e appartenuta al trafficante di antichità Robin Symes, uno dei nomi più noti del ventesimo secolo per questo tipo di traffico e che negli anni ha rivenduto i reperti ai più famosi musei del mondo, che li hanno acquistati ignorando da dove provenissero. Rispetto a quanto Robin Symes aveva acquisito ed esportato illecitamente negli anni, dal 2000 ad oggi ministero della Cultura e Carabinieri hanno riportato in Italia circa 750 reperti.
La testa in marmo della dea Atena
Tra i beni in esposizione a Taranto, spicca una testa in marmo della dea Atena che risale alla fine del terzo secolo avanti Cristo. La testa della dea é collocata nella cassa usata per il trasporto e potrebbe essere stata inizialmente collocata nella cella di un tempio all’aperto come immagine votiva. Atena é una dea guerriera. Altri oggetti sono una pittura parietale con scene di battaglia, fibule del 325-300 avanti Cristo e secondo secolo avanti Cristo, anello del sesto secolo avanti Cristo, rilievi in terracotta e pietra tenera, ornamenti in bronzo con innesti d’oro. I reperti sono privi di documentazione sul contesto di provenienza e spesso presentano manomissioni o restauri impropri, elementi che non consentono una ricostruzione immediata del loro percorso, né di attribuirli con certezza a un territorio specifico, che non è necessariamente riconducibile all’area tarantina. Solo alcuni manufatti mostrano affinità evidenti e coerenti con materiali conservati nelle collezioni del Museo di Taranto, mentre per altri qualsiasi ipotesi rimane prematura.
Falzone: riconnesso quanto era stato smembrato
Stella Falzone, direttrice del Museo di Taranto, parla di «giornata importante. La nostra valorizzazione – spiega – punta a costruire percorsi di conoscenza e di consapevolezza. I reperti sono rientrati in Italia grazie all’azione dei Carabinieri addetti alla Tutela del Patrimonio Culturale, un’eccellenza italiana che sta a dimostrare che il nostro patrimonio storico-artistico é protetto da mani sapienti e capacità vigilanti».
Per Falzone, «il traffico illecito dei reperti e l’azione criminosa hanno staccato l’oggetto, il bene, dalla connessione con il contesto della storia e del territorio. La relazione tra oggetti e contesto é molto importante. Noi abbiamo riconnesso e dato senso a qualcosa che qualcuno aveva smembrato per mercimonio e per trarne solo un profitto economico. Sino a qualche tempo fa, istituzioni museali importanti non si ponevano grandi scrupoli nel prendere beni d’arte e archeologici di ignota provenienza, ma adesso la rotta si è invertita. Grandi Musei come Boston, Metropolitan, Getty, parlo dei più importanti musei americani, stanno favorendo le restituzioni grazie alla diplomazia culturale dell’Italia e del nostro ministero della Cultura».
Marinucci: indagini complesse e percorsi infiniti
«Ci si chiede spesso come mai questi reperti rientrano in Italia dopo venti anni e a volte anche più – afferma il colonnello Antonio Marinucci, comandante dei Carabinieri di Taranto, che nell’illustrazione ha rappresentato anche il nucleo TPC dell’Arma -. Il motivo è che si fanno prima tante verifiche con indagini complesse, lunghe, internazionali. I Carabinieri della Tutela del Patrimonio Culturale partono dal monitoraggio delle case d’asta e dei broker di oggetti d’arte e seguono la loro attività. Spesso le opere esportate senza certificazione e autorizzazione seguono percorsi infiniti. Anche i documenti relativi al bene sono sottoposti a lavaggi e rilavaggi in modo che la ricostruzione del tragitto diventi difficile. Solo dopo che questo lavoro é stato fatto, si può andare in un Museo e presentare riscontri e dati oggettivi che testimoniano che quel bene archeologico é stato trafugato». «È molto importante – conclude Marinucci – fotografare i beni d’arte. I Carabinieri del Patrimonio Artistico hanno una banca dati relativa alle opere d’arte rubate costantemente alimentata e questo facilita il rintraccio e il recupero delle stesse opere».












