
Il Vermouth è uno dei simboli più longevi e meglio riusciti della liquoristica italiana. Una di quelle invenzioni che quando varchiamo i confini nazionali ci fanno sentire immediatamente brillanti, eleganti, anche un po’ furbi. I nostri Vermouth hanno conquistato il mondo con discrezione.
La denominazione corretta però è Vermouth di Torino e non è una puntualizzazione da puristi ma una questione identitaria. Nasce infatti a Torino nella seconda metà del Settecento grazie ad Antonio Benedetto Carpano che ebbe l’intuizione geniale di mescolare vino bianco, zucchero, alcol ed erbe aromatiche, con l’assenzio a fare da protagonista. Non a caso in Germania il termine Wermut indicava proprio l’assenzio. Aggiungere il nome della città era come dire al mondo: questo è un’altra cosa. Più elegante, più complesso, decisamente più italiano. Insomma, tutta un’altra storia!
Dietro a un bicchiere di Vermouth non c’è solo una ricetta ma un intero romanzo fatto di commerci, manifesti pubblicitari memorabili, caffè storici, salotti buoni e abitudini sociali che cambiano. Tra Ottocento e Novecento il Vermouth attraversa guerre, crisi, boom economici e mutamenti di costume, riuscendo sempre a ritagliarsi un posto in prima fila, da protagonista silenzioso dell’aperitivo a ingrediente fondamentale per la preparazione dei cocktail più famosi del mondo, spesso senza prendersi il merito. In miscelazione, infatti, è un vero diplomatico, capace di mettere d’accordo gin, whisky e compagnia cantante.
Nasce quindi come vino aromatizzato, legato fin dall’inizio a un contesto sociale preciso: l’aperitivo. Il climax emotivo perfetto, quando la giornata non è ancora finita mentre il dovere sì (e la serata deve ancora partire). Eppure sarebbe un errore pensarlo come un prodotto nostalgico o immobile in quanto col tempo è cambiato, è caduto e si è pure rialzato.
Tra la fine degli anni Settanta e la fine dei Novanta ha infatti vissuto un periodo di appannamento, messo in ombra da mode più rumorose e da bevute meno riflessive. Poi, come spesso accade alle cose fatte bene, è tornato e oggi vive una seconda giovinezza. Crescono i piccoli produttori artigianali, mentre i grandi marchi storici riscoprono il valore del proprio archivio genetico. I bartender lo usano sempre più spesso come ingrediente chiave per dare profondità e carattere ai cocktail, mentre chef e sommelier lo riportano in tavola, dimostrando quanto sia in grado di dialogare tanto con la cucina tradizionale quanto con quella contemporanea.