Negli Stati Uniti, varcare il confine può significare anche aprire la propria vita digitale. Aumentano, infatti, i casi di persone respinte negli aeroporti dopo che agenti della Customs and Border Protection (CBP) hanno ispezionato i loro dispositivi elettronici, trovando messaggi, foto o post ritenuti compromettenti. Una prassi sempre più frequente, che mette a dura prova il diritto alla privacy, la libertà di espressione e persino la sicurezza di chi viaggia.

Secondo dati ufficiali riportati dal Guardian, nel 2024 la CBP ha perquisito circa 47.000 dispositivi su oltre 420 milioni di persone transitate ai confini statunitensi. Un numero esiguo in termini relativi, ma in crescita e accompagnato da testimonianze inquietanti: scienziati europei respinti per messaggi critici verso Trump, studenti cacciati per attività pro-Palestina, residenti permanenti detenuti per settimane senza accuse formali.

Ai confini della Costituzione

Il cuore del problema sta nell’eccezione legale che riguarda la zona di frontiera: entro 100 miglia dai confini internazionali (inclusi aeroporti), il Quarto Emendamento della Costituzione – che tutela da perquisizioni arbitrarie – si indebolisce. In questa “zona grigia” legale, la CBP può ispezionare dispositivi senza mandato, anche in assenza di sospetti specifici.

Per i cittadini statunitensi, il rifiuto di collaborare non può impedire l’ingresso nel Paese, ma per i titolari di visti o green card le conseguenze possono includere confisca del dispositivo, detenzione, espulsione o revoca del visto.

Dati, politica e sorveglianza

La soglia tra sicurezza nazionale e sorveglianza politica appare sempre più sottile. Casi recenti riportati dal Guardian, Wired e USA Today mostrano come opinioni politiche espresse online – critiche all’amministrazione, partecipazione a proteste, contenuti pro-palestinesi – siano diventati elementi esaminati e dirimenti nei controlli. Tanto che l’American Civil Liberties Union (ACLU) denuncia una “ritorsione politica” camuffata da controllo doganale.

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