Storie Web mercoledì, Aprile 8

NEW YORK – «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente sarà così». Oppure «può succedere qualcosa di magnificamente rivoluzionario, chissà. Lo scopriremo stanotte, uno dei più importanti momenti nella lunga e complessa storia del mondo». Questo perchè «ora abbiamo un completo e totale cambio di regime, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicali». In un modo o nell’altro, «47 anni di estorsioni, corruzione e morte finalmente termineranno».

E’ stato questo il messaggio di Donald Trump all’Iran, poche ore prima della scadenza del suo ultimatum «finale», ieri notte alle 8 ora americana: aprire lo stretto di Hormuz e accettare un accordo o annientamento dai toni sempre più estremi e contradditori. Minacce apocalittiche, pronto mettere a ferro e fuoco un’intero paese con una popolazione di 93 milioni di abitanti. E l’evocazione di miracoli di pace, di improvvisi passi indietro dall’abisso.

Nel bombardamento retorico è nascosto il dramma politico di una Casa Bianca impegnata in una guerra impopolare, che scuote economia e mercati, e dagli esiti incerti nonostante la potenza di fuoco messa in campo da una vera e propria armata americana. Comunque vada, la sfida per Trump sarà presentarla come una vittoria: se il regime iraniano sopravvive e controlla almeno in parte Hormuz, sarà difficile convincere ne siano valsi i costi, in tesoro (200 miliardi ad oggi) e vite umane (13 soldati Usa uccisi e quasi 400 feriti; forse duemila iraniani uccisi, tra cui bambini e civili). Se la strada sarà quella di nuovi attacchi a tappeto, rischi e accuse di commettere crimini di guerra si moltiplicheranno.

Che le minacce siano state accompagnate fino all’ultimo da uno strenuo lavoro diplomatico per trovare una soluzione accettabile lo ha sottolineato l’ambasciatore iraniano in Pakistan, paese mediatore: «Gli sforzi stanno raggiungendo uno stadio cruciale e delicato», ha detto. Finora senza successo, gli Usa avevano presentato un piano in 15 punti per una totale rinuncia iraniana a nucleare e missili, i mediatori arabi una proposta di cessate il fuoco temporanea, Teheran un progetto in dieci punti per una fine completa delle ostilità.

Ma i toni da crociata hanno dominato. Il Segretario alla Guerra di Trump, Pete Hegseth, grande fan delle sanguinarie campagne medievali e seguace del nazionalismo cristiano, il giorno prima aveva già scomodato paralleli divini. Aveva paragonato l’abbattimento e il salvataggio di un pilota americano nel fine settimana pasquale alla crocefissione e resurrezione di Cristo. Trump non gli è stato da meno: aveva sostenuto che Dio è con gli americani “perchè Dio è buono”. E in un passaggio aveva aggiunto: “A Dio non piace ciò che sta accadendo. A me non piace vedere gente uccisa”.

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