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Notiziario

La missione archeologica dell’università di Pisa ha identificato nel sud-est dell’odierna Turchia, un archivio cittadino che conservava i documenti autenticati con un marchio impresso su un grumo di argilla. A raccontare la scoperta è la co-direttrice del progetto internazionale.

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Può sembrare di valore trascurabile la scoperta dell’impronta di un sigillo antico durante uno scavo archeologico, non paragonabile al ritrovamento di una statua, di un mosaico o di un affresco. E invece il microcosmo del sigillo racconta di relazioni sociali, scambi commerciali, contatti personali. Di città e di imperi. Posto ad autenticare i documenti antichi, ogni marchio di sigillo rappresenta un unicum, dal punto di vista della fattura, della conservazione e della funzione. Diventa tutt’uno con il “sigillante”, sia che si tratti di individuo o di comunità, lo rappresenta, estende nel tempo e nello spazio la sua autorità, la sua volontà, la sua giurisdizione. Perciò non è un semplice supporto grafico, ausiliare della Storia, ma ne è materia diretta. Del resto, l’eco millenario del suo significato emblematico persiste ancora oggi nell’uso del termine Guardasigilli, attribuito al ministro che custodisce e sorveglia gli atti ufficiali dello Stato. Il sigillo è strumento di sicurezza contro le manomissioni, ma è anche veicolo di messaggi.

Lo sa bene Margherita Facella, professoressa di Storia greca presso l’università di Pisa e co-direttrice (insieme al professor Michael Blömer dell’università tedesca di Münster) della missione a Doliche, città famosa nell’antichità come uno dei centri urbani più importanti della Siria del Nord. Esperta di epigrafia, 54 anni, studia monete e documenti antichi, interessandosi di religioni orientali, in particolare il mitraismo, di politica orientale nella tarda repubblica, del culto dei sovrani ellenistici e degli imperatori romani nel Vicino Oriente. Dal 1999 partecipa alle attività della “Forschungsstelle Asia Minor”, il “Centro di ricerca sull’Asia minore” (attivo dal 1968), dell’ateneo di Münster che ha una lunga tradizione di studi sulla Commagene, come si chiamava la regione posta nella moderna Turchia sud-orientale, e di rapporti diplomatici con il ministero turco della Cultura e del Turismo. È del team internazionale la scoperta a Doliche di due mitrei nel 1997-98 e l’identificazione nel 2001 del santuario centrale di Giove Dolicheno. E oggi dell’archivio con le impronte sigillari, il cui studio apre nuovi orizzonti alla ricerca storica di quest’area geografica.

Professoressa, in che zona ci troviamo?

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Il sito archeologico della città di Doliche è vicino al villaggio odierno di Dülük, dove invece sorgeva la necropoli. Siamo al confine con la Siria, nella provincia di Gaziantep che è la parte più meridionale della Turchia, epicentro del violento terremoto che ha sconvolto la zona nel febbraio dell’anno scorso. Doliche è stata fondata sotto i successori di Alessandro Magno, i Seleucidi, e deve il suo nome alla città da cui i coloni provenivano, cioè Doliche in Tessaglia, ai piedi del monte Olimpo.

Come si è arrivati a questa scoperta?

Premesso che già nell’800 si sospettava dell’esistenza di questa città, le prime ricerche nell’area risalgono agli anni 70 del secolo scorso, mentre i primi veri e propri lavori da parte dell’università tedesca di Münster, di survey e scavo, a cui ho collaborato, sono iniziati soltanto nel 2015, sotto la guida del professor Engelbert Winter, portando alla luce i resti delle terme romane, e proseguiti con maggiore regolarità a partire dal 2017. Poi ci sono stati il fermo dell’emergenza Covid e la successiva ripresa in alcune parti del sito. L’università di Pisa dall’anno scorso ha cominciato a scavare in un settore che si presentava interessante poiché nel mercato antiquario e nelle aste sottobanco erano apparse da tempo alcune di queste “impressioni” di terracotta, collegate alla città perché vi compariva anche il nome o la sua divinità principale, Giove Dolicheno, o perché chi le vendeva sosteneva che provenissero proprio da quelle parti.

Perché le chiama “impressioni”?

Tecnicamente si chiamano così, vengono dette anche bullae, perché si tratta dell’impronta del sigillo, mentre il sigillo è più propriamente la matrice di metallo o pietra sulla cui superficie erano incisi simboli e disegni con cui contrassegnare l’argilla fresca. Passi il definirli sigilli tenendo, però, sempre presente che in questo caso parliamo dell’impronta data dal sigillo. In pratica, i documenti arrotolati erano legati con cordicelle attorno alle quali veniva posto un grumo di argilla, grande mezzo centimetro-massimo due. Sopra questa specie di bottoni venivano impressi anelli, decorati o iscritti. Una sorta di firma che garantiva autenticità al documento e ne salvaguardava l’integrità, come avviene, per intenderci, con la nostra ceralacca.

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Dunque avete cominciato a scavare senza sapere dove fosse ubicato l’archivio?

Sì, durante l’ultimo scavo estivo durato fino a settembre, siamo partiti con l’indagare parte di un edificio accanto alle terme che aveva già rivelato la presenza nelle sue vicinanze di queste impronte. Sono venuti fuori i basamenti della struttura e ci siamo trovati di fronte a circa duemila di questi reperti in terracotta che hanno permesso l’identificazione dell’edificio come archivio cittadino, cioè il luogo dove venivano conservati i documenti scritti su papiro e pergamena, andati poi distrutti a causa di un incendio. Se il fuoco ha bruciato i documenti, invece le impronte dei sigilli, cotte e perciò indurite, si sono conservate e ora affronteranno pulizia e restauro.

Sappiamo di questo incendio? A che epoca risalgono queste impronte?

Nel 253 d.C. il re persiano Shapur I rase al suolo molte città nella provincia romana della Siria, inclusa Doliche, durante la sanguinosa guerra tra l’impero romano e quello sasanide (Shapur I arrivò, nel 260 d.C., a catturare l’imperatore romano Valeriano che morì prigioniero, ndr). Ovviamente non abbiamo impronte con la data, ma l’arco temporale va più o meno dalla tarda età ellenistica, massimo I secolo a.C., fino all’epoca severa, fine II e primo III secolo d.C. L’archivio risale a questo periodo e viene cotto verosimilmente nell’incendio del saccheggio, ma la vita del sito continuerà, fino ai Bizantini e ai crociati. Infatti una delle interessanti scoperte di questi ultimi anni è stata quella di una basilica paleocristiana con splendidi mosaici pavimentali.

Come spiegare l’importanza di questa scoperta?

Questi sigilli sono reperti parlanti della cultura del posto, sono sia privati che ufficiali della città. Al di là del loro valore iconografico, sono il riflesso della società che li utilizza, testimonianze storiche in se stesse, come prodotto dell’uomo che lascia in esse le sue tracce. La sopravvivenza degli archivi nelle poleis dell’Oriente ellenistico e romano è un evento assai raro. Abbiamo iscrizioni che ci parlano degli archivi, abbiamo fonti letterarie, ma gli edifici indagati archeologicamente e identificati come archivi non sono tantissimi nel mondo greco-romano.

Per quale motivo?

Perché questi edifici vengono rioccupati, trasformati, perdendo la funzione originaria. Inoltre, i documenti conservati al loro interno sono deperibili, quindi spesso non è possibile affermare con certezza che si tratta di archivi. Nel caso di Doliche siamo stati fortunati a trovare le impronte.

In sintesi, il sigillo e il suo marchio costituiscono non solo un dispositivo amministrativo, ma anche una fonte di informazione riguardo le società che li hanno adoperati e adattati alle proprie necessità?

Esatto. I sigilli sono essenziali per ricostruire non solo la macchina burocratica, ma anche il tessuto culturale e religioso.

Qual è il loro repertorio figurativo?

Le impronte in genere riproducono varie immagini, non solo semplici decorazioni ma anche divinità, a volte figure di filosofi, simboli religiosi. Evidente è l’influenza greco-romana in questa zona di confine tra Oriente e Occidente. In alcuni casi a Doliche è raffigurato Giove Dolicheno insieme ad un imperatore nell’atto di stringersi la mano. Tra gli imperatori romani identificati c’è Augusto, Antonino Pio e c’è pure la personificazione di Roma. Di una testa non sappiamo se si riferisca a Marco Aurelio o ad un filosofo. Appare, inoltre, la Tyche cittadina seduta che si ispira a quella di Antiochia. Le immagini private variano moltissimo, dalle divinità come Mercurio ed Ermes ai ritratti maschili o femminili, ai piccoli animali come i grilli, fino alle piante e alle foglie. A Doliche le stiamo ancora classificando, ma ad esempio sono molto frequenti i Dioscuri.

Chi era Giove Dolicheno?

Dio protettore e simbolo di Doliche, ma famosissimo a Roma e in tutto l’impero, particolarmente amato dai soldati. Per questo lo ritroviamo soprattutto in prossimità dei luoghi di frontiera, là dove erano posizionate le legioni. Le ricerche tedesche sin dal 2001 a Dülük Baba Tepesi, che è una montagna alta circa 1200 metri (ai cui piedi è ubicato l’archivio), hanno permesso di identificare il santuario centrale di Giove Dolicheno. In tempi antichissimi, cioè nell’età del Bronzo, era una divinità del tempo atmosferico. Sotto la dinastia militare dei Severi raggiunge un successo straordinario, lo confermano le migliaia di iscrizioni ritrovate, a Roma erano a lui dedicati vari templi. Le prime attestazioni cominciano con l’imperatore Adriano.

Ma sui sigilli ritrovati Giove Dolicheno stringe la mano ad Augusto, che precede Adriano…

Sì, ma in quel momento era il dio locale protettore di Doliche, solo successivamente diventa il Giove Dolicheno accettato nel pantheon della religione romana. La diffusione è massima con Caracalla, che era figlio di una siriaca e probabilmente va anche a visitare il santuario di Giove Dolicheno. Ma alla metà del III secolo d.C. il culto attraversa una crisi profondissima.

Perché?

Restiamo nel campo delle ipotesi: la distruzione di Doliche e forse del santuario da parte di Shapur I causò scetticismo sulla capacità protettiva del dio che non era riuscito a frenare l’avanzata dei Sasanidi, insomma la difesa divina fu poco efficace. Un’ipotesi che all’inizio abbiamo considerato troppo semplicistica, ma valutando gli accadimenti ha un suo senso logico.

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La stretta di mano cosa rappresenta?

Un saluto, ma anche un accordo, comunque un riconoscere la valenza della città che in qualche modo è in grado di rapportarsi con Roma. Lo dimostrano la fama e l’affermazione di Giove Dolicheno in ogni angolo dell’impero.

Doliche è fondata da coloni greci della Tessaglia, cosa succede con i Romani?

Roma arriva qui con Pompeo nel I secolo a.C., siamo nel 64 a.C. e queste zone gravitano tra la provincia di Siria e i regni dei clienti che sopravvivono per bontà di Roma, sotto la sua ala protettrice, zone divise tra un controllo diretto e uno mediato da questi piccoli Stati vassalli.

Quindi chi regge la zona in questo periodo?

Bella domanda. Dopo Pompeo il governo di questi territori è uno dei nodi storici ampiamente discussi e ancora non svolti. Insomma, domanda complessa e i sigilli potrebbero aiutarci a fare chiarezza. L’immagine trovata di Augusto, ad esempio, rivoluzionerebbe l’idea tradizionale che tale zona secondo alcuni studiosi passasse definitivamente sotto i Romani in età più tarda. Ma per carità andiamoci piano, parliamo di ipotesi: prima di rovesciare cose affermate per secoli occorrono le prove, per ora ci stiamo ancora ragionando sopra. Tuttavia, la riflessione può essere utile a far capire quanto alla luce di simili scoperte si può tentare una più ampia lettura storica dell’evoluzione amministrativa di questa zona e delle relazioni tra il potere romano e le realtà locali.

Abbiamo iniziato menzionando il recente terremoto che ha devastato questo pezzo di Medio Oriente, per concludere: in una zona così in affanno che impatto ha uno scavo archeologico, che situazione avete trovato durante l’ultima campagna scavo?

Le zone interne della Commagene sono state letteralmente rase al suolo, la città di Dülük essendo metropoli si sta riprendendo più velocemente. L’impatto economico può concretamente aiutare queste popolazioni. Mettere su un cantiere significa assumere operai locali, comprare attrezzi, impiegare i restauratori della zona, coinvolgere altre professionalità come la cuoca o il guardiano. Esiste un ingranaggio che se funzionante porta benessere al territorio dove scaviamo, dall’acquisto dell’acqua all’affitto delle macchine, dallo scambio di competenze alla conoscenza reciproca.

Qual è il futuro dell’antica Doliche?

Lavoriamo affinché tutta l’area archeologica possa essere fruibile ai visitatori, il tempio, l’archivio, la chiesa. Tutelare il patrimonio culturale significa sostenere quel turismo, sia interno che esterno, su cui si basa l’economia di questa regione. È una sfida, che parte dalla ricerca per arrivare alla valorizzazione.

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