Sostanziale stabilità nel 2025 per le bollicine Trentodoc. A certificarlo è l’Osservatorio dell’Istituto di tutela: il fatturato si attesta a 180 milioni di euro, in linea con l’anno precedente, mentre le bottiglie vendute si fermano a quota 12,2 milioni, 100mila in meno dello scorso anno.
Il presidente dell’Istituto Stefano Fambri vede il bicchiere decisamente mezzo pieno: «Il nostro è un risultato che giudico decisamente positivo – dice – considerando la difficile situazione congiunturale e i consumi di vino da tempo in calo, fenomeno a cui gli spumanti resistono meglio ma a cui certo non sono immuni, basti guardare l’andamento dello Champagne. Si può dire che siamo comunque in controtendenza con un apprezzamento e riconoscimento del mercato che dura nel tempo. C’è anche da considerare che in dieci anni i nostri numeri sono raddoppiati, quindi un consolidamento in questo momento congiunturale è senz’altro positivo».
La vitalità del Trentodoc Consorzio è anche dimostrata dalla crescita del numero degli associati, passati da 67 a 74 in un anno. Anche se il numero di cantine in più non ha portato ad un aumento delle bottiglie prodotte. «Vero che il successo della denominazione ha attirato nuovi produttori – dice Fambri – ma per vederne i risultati ci vuole tempo. Da un lato si tratta spesso di realtà piccole che iniziano con poche bottiglie, dall’altro non si può non considerare che da quando si investe in un metodo classico a quando si vedono i primi risultati concreti passano almeno due o tre anni. Inoltre molte cantine puntano su lunghe permanenze sui lieviti e affinamenti, cosa che ritarda l’uscita sul mercato».
Riserve e Millesimati comunque rappresentano un segmento distintivo e sempre più apprezzato, contribuendo alla valorizzazione complessiva del comparto e al contempo permettono di diluire nel tempo le scosse congiunturali (su un mercato che, caratterizzato da un potere d’acquisto in calo, in questo momento non vede aumentare il valore medio di vendita essendo sostanzialmente costanti sia il numero di bottiglie sia il fatturato).
Scosse attenuate anche dalla diffusione soprattutto italiana del Trentodoc, con l’export che si attesta al 15%. Ci sono invece ancora spazi di espansione soprattutto nel centro sud della penisola. «C’è una progressiva affermazione anche sui mercati esteri – precisa il presidente Fambri -. Ma anche considerando l’incertezza causata dai dazi e le risorse limitate di un piccolo istituto come il nostro siamo stati più cauti nell’attività di promozione negli Usa. C’è comunque ancora spazio per crescere sia in Italia che all’estero grazie alle nostre caratteristiche, che ben si sposano con i trend di mercato, dove siamo apprezzati anche dai giovani. Non è vero che questi ultimi hanno smesso di bere vino, ma bevono meno e meglio o comunque in occasioni diverse dal passato. Penso che il nostro sia i prodotto giusto per intercettare le nuove tendenze. Più in generale sia le strategie delle cantine che l’attività dell’Istituto stanno cercando di valorizzare le peculiarità del nostro territorio con le sue diverse valli dona a caratteristiche differenti ai vini. Anche il turismo rimane una leva fondamentale come dimostrano i successi ottenuti dal Trentodoc Festival».
