
Le carte della sentenza raccontano, attraverso la sua denuncia (nel marzo del 2023), il modo in cui è stato approcciato. Sarebbe stato avvicinato da Nazrul Islam, ristoratore bengalese ma operante a Roma, «il quale gli aveva descritto un fenomeno di sistematica corruzione» finalizzata «al rilascio di visti di ingresso in Italia» ma aveva anche «tentato di coinvolgerlo in tale attività illecita previo pagamento di consistenti somme di denaro».
Di Giuseppe: «Lo Stato non è in vendita»
E così, il deputato, assistito dall’avvocato Antonio Di Pietro, ha finto di assecondare i corruttori per registrarne i colloqui e consegnare agli inquirenti le prove dell’offerta. Questa sentenza, per Di Giuseppe, «non è solo una vittoria giudiziaria, ma un segnale: lo Stato non è in vendita. Quando mi hanno offerto 2 milioni per tradire il mio mandato, ho capito che l’unico modo per fermarli era incastrarli. Il business dei visti facili è una minaccia alla sicurezza nazionale che droga il mercato del lavoro e finanzia la tratta degli esseri umani».
Il patteggiamento
Tutto questo ha portato a una lunga lista di condanne tra le pagine della sentenza. Un elenco ridotto, sia per Nazrul Islam che Shamim Kazi, per la loro collaborazione in cui hanno ricostruito i «fatti addebitatigli, chiarendo in maniera dettagliata posizioni, aspetti e circostanze, fornendo così concreto contributo all’accertamento dei fatti», Dalle dichiarazioni è stata confermata la complicità di Nicola Muscatello, addetto presso l’Ambasciata d’Italia in Bangladesh, che ha «ricevuto – si legge – somme di denaro ai fini del rilascio dei visti».
E così si arriva ai 4 anni e passa di reclusione, da aggiungere alle multe da più di mezzo milione e la confisca di 50mila euro a Nazrul Islam e di 20mila euro a Shamim Kazi. Per entrambi, inoltre, è applicata la pena accessoria di interdizione dai pubblici uffici per cinque anni.