Information and technology, ospitalità e ristorazione, energia e utilities e industria, sono i settori che nel nostro Paese devono fare i conti con il livello più alto di carenza di talenti. In media, però, il fenomeno, in Italia, appare in diminuzione, seppure rappresenti una delle maggiori sfide per le imprese. Ancora all’inizio di quest’anno sono il 70% quelle che parlano di difficoltà a reperire i profili necessari. Una quota che, sebbene ancora elevata, è in miglioramento rispetto al 78% registrato lo scorso anno. Il dato emerge dalla nuova edizione del rapporto “Talent Shortage” di ManpowerGroup, che ha coinvolto oltre 39.000 datori di lavoro in 41 Paesi per fotografare l’evoluzione delle competenze richieste e le strategie adottate per affrontare il mismatch crescente tra domanda e offerta di professionalità qualificate.
«Lo sviluppo tecnologico e l’evoluzione dell’intelligenza artificiale stanno accelerando la trasformazione del lavoro, creando nuove professioni e ridefinendo le competenze necessarie per ricoprire i ruoli esistenti – afferma Anna Gionfriddo, amministratrice delegata di ManpowerGroup Italia -. In questo scenario, la formazione rappresenta la leva strategica più efficace per accompagnare la crescita delle persone e permettere alle imprese di reperire le professionalità richieste. Investire in upskilling e reskilling è essenziale, così come rafforzare una collaborazione strutturata tra mondo produttivo, scuola, università e istituzioni per anticipare i fabbisogni futuri e costruire percorsi formativi capaci di rispondere alla trasformazione dei settori e delle competenze».
Considerando i dati globali, l’Italia, con il suo 70% di talent shortage, si colloca meglio della media. Nel 2026 sono infatti il 72% le aziende nel mondo che affermano di avere difficoltà nel reperire personale qualificato, in leggero miglioramento rispetto al 74% del 2025. Il confronto internazionale mette in evidenza forti divari: Slovacchia, Grecia e Giappone registrano i livelli più alti di carenza, con percentuali comprese tra l’84% e l’87%, mentre Cina, Polonia e Finlandia presentano scenari migliori, con valori che vanno dal 48% al 60%. Se c’è un elemento che caratterizza l’Italia è l’elevato livello di talent shortage nei settori più esposti alle trasformazioni tecnologiche e organizzative: risulta superiore alla media nazionale il talent shortage nei settori Tech & IT (77%), ospitalità e ristorazione (76%), energia e utilities (75%) e industriale (74%). Le competenze più difficili da trovare sono soprattutto quelle legate al digitale, in particolare l’applicazione dell’AI, e quelle legate all’industria.
Come corrono ai ripari le nostre imprese? Sicuramente attraverso upskilling e reskilling delle persone già in azienda, come dice un’organizzazione su quattro (26%) di quelle intervistate. A queste azioni si affiancano una maggiore flessibilità nella gestione del tempo e dei luoghi di lavoro (17-18%), un incremento del personale temporaneo (15%) e l’aumento dei salari (14%). Si registrano inoltre investimenti nell’utilizzo di Ai e automazione per ridurre il fabbisogno di alcune mansioni in più di un’azienda su dieci (12%).
In questo contesto di rapida trasformazione le organizzazioni attribuiscono un’importanza crescente alle soft skill, considerate essenziali per valorizzare le competenze tecniche. Tra le più richieste ci sono la comunicazione, la collaborazione e la capacità di lavorare in team, insieme alla professionalità e all’etica del lavoro. Si confermano fondamentali anche adattabilità, disponibilità ad apprendere e capacità di analisi e problem solving, indispensabili per operare in contesti caratterizzati da rapidi cambiamenti tecnologici.
