
Le società benefit festeggiano i dieci anni. Sono state istituite con la legge di Stabilità del 2016 (legge 208 del 2015). In Italia, a fine giugno, erano 5.161. Le Benefit sono aziende che al tradizionale scopo di lucro affiancano una o più finalità di beneficio comune sociale e/o ambientale. Questo scopo va inserito nell’oggetto sociale e nello statuto e ogni anno va redatta una relazione annuale d’impatto.
Le Benefit sono di fatto delle antenate delle aziende sostenibili così come definite dalle innumerevoli recenti normative dell’Unione europea. A passare ai raggi X 120 aziende benefit italiane, grandi, piccole e medie, è un report della società di consulenza Goodpoint, dove sono stati evidenziati alcuni nodi critici di questo particolare tipo di imprese.
Dimensioni e finalità
Le aziende analizzate (ve ne sono anche alcune quotate) sono state divise in quattro gruppi in base ai dipendenti: 1) al di sotto dei 10; 2) da 10 a 50; 3) 50-250; 4) e oltre 250. Prevalgono le società per azioni (63%) rispetto alle Srl (36%). C’è anche un 1% rappresentato da una mutua assicurativa.
Vi sono poi le finalità di beneficio comune, vero tratto distintivo di tali aziende. Ebbene, qui c’è già il primo punto critico: il 13% delle imprese analizzate non ha riportato le finalità nella relazione d’impatto. Ci sono nell’oggetto sociale e nello statuto ma nel documento chiave non si riesce a individuarle. E allora come fa lo stakeholder (dipendente, fornitore e altri) a capire se le finalità di beneficio comune sono state perseguite? Come insegnano gli esperti, se la sostenibilità non viene misurata e resa trasparente, è soltanto narrazione. C’è da dire, però, che la maggioranza del campione di Goodpoint ha inserito tali indicazioni nella relazione d’impatto. Inoltre, per il 66% le finalità di beneficio comune sono la chiave di lettura della rendicontazione.
Che c’è nella relazione?
Relazione d’impatto. Già il nome evoca un documento con indicatori quantitativi, confronto con passato e strategie future, e la misurazione dell’impatto come chiedono da anni, per tutte le aziende sostenibili, alcuni puristi del settore. Ebbene, dal report emerge che «il 65% utilizza indicatori di performance (Kpi) rispetto alle attività svolte e ai risultati ottenuti». Un passo avanti, viene evidenziato dagli analisti di Goodpoint, rispetto alla semplice narrazione. Narrazione, benché puntuale, utilizzata invece dal 23% mentre un 3% racconta in modo generico quanto realizzato. Soltanto un 9% effettua «una valutazione dell’impatto rispetto all’effettivo cambiamento generato per gli stakeholder».